HENRI PIRENNE.
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STORIA D'EUROPA DALLE INVASIONI AL SEDICESIMO SECOLO.
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Parte 1.
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1991, 2006 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-2613-8.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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L'AUTORE.
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Henri Pirenne (Verviers, 23 dicembre 1862 – Uccle, 25 ottobre 1935) è stato uno storico belga. Culmine della sua opera è il libro Maometto e Carlomagno, pubblicato postumo nel 1937. Due sono i contributi principali di Pirenne alla visione della storia europea: la cosiddetta "tesi di Pirenne", riguardante l'epoca di inizio del Medioevo; una visione peculiare della storia medievale del Belgio.
Pirenne fu inoltre una delle voci più autorevoli della resistenza non-violenta ai tedeschi che avevano occupato il Belgio nel corso della Prima guerra mondiale. All'età di ventiquattro anni gli viene assegnata la cattedra di Storia Medievale dell'Università di Gand. Nel 1916 viene arrestato dai tedeschi e tenuto prigioniero in Germania fino al termine del conflitto. A memoria della sua prigionia scriverà il volume Souvenirs de Captivité en Allemagne (Mars 1916 - Novembre 1918), pubblicato nel 1920.
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Indice di questa parte.
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Ancora sulla "Storia d'Europa" e sul suo autore. Introduzione di Ludovico Gatto.
Nota bibliografica.
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STORIA D'EUROPA DALLE INVASIONI AL SEDICESIMO SECOLO.
Prefazione di Jacques Pirenne.
Nota dell'Autore.
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LIBRO PRIMO. LA FINE DEL MONDO ROMANO IN OCCIDENTE (Fino all'invasione musulmana).
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Capitolo primo. I regni barbari nell'Impero Romano.
1. L'occupazione dell'impero.
2. I nuovi Stati.
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Capitolo secondo. Giustiniano. I Longobardi.
1. Giustiniano.
2. I Longobardi.
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Capitolo terzo. L'invasione musulmana.
1. L'invasione.
2. Le conseguenze.
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LIBRO SECONDO. L'EPOCA CAROLINGIA.
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Capitolo primo. La Chiesa.
1. La debolezza della Chiesa dal quinto al sesto secolo.
2. I monaci e l'entrata in scena del papato.
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Capitolo secondo. Il regno franco.
1. Lo smembramento dello Stato.
2. I maestri di palazzo.
3. La nuova monarchia.
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Capitolo terzo. La restaurazione dell'Impero d'Occidente.
1. Carlomagno.
2. L'Impero.
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Capitolo quarto. L'organizzazione economica e sociale.
1. La scomparsa delle città e del commercio.
2. Le grandi proprietà terriere.
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Fine Indice.
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Introduzione.
Ancora sulla "Storia d'Europa" e sul suo autore, di Ludovico Gatto.
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Se dovessimo considerarla in termini esteriori, potremmo dire che la vita di Henri Pirenne non rivestì aspetti particolarmente interessanti e, comunque, tali da colpire l'immaginario collettivo o individuale. Nacque infatti da una famiglia di industriali belgi a Verviers, nel 1862; compì i suoi studi storici fra il 1879 e il 1884 presso l'Università di Liegi, poi a Lipsia, a Berlino e a Parigi, approfondendo la sua conoscenza oltre che in quelle storiche nelle cosiddette "scienze ausiliarie", da lui subito tenute in buon conto; nel 1886 entrò come insegnante di storia nell'Università di Gand, divenendo ordinario nel 1889; in seguito all'occupazione tedesca del Belgio del 1914, fu deportato in Germania, fra il 1916 e il 1918. Tornato in patria, a guerra finita, con l'opera di docente e di studioso, riprese - intensificandole - le attività di storico e di organizzatore della ricerca; nel 1923 presiedette il quinto Congresso Internazionale di Scienze Storiche e, nel 1926, fu tra i fondatori del Comité International des Sciences Historiques; visitò, quindi, alcune fra le più prestigiose università del mondo, tenendovi conferenze, partecipando a Convegni e Congressi; morì a 73 anni professore emerito di storia, a Uccle, nel 1935.
Se la sua esistenza, eccezion fatta per il periodo della prigionia, non presenta, dunque, aspetti insoliti (egli, fra l'altro - che si sappia - non ebbe neppure preoccupazioni di carattere economico), si deve riconoscere che del tutto straordinaria appare la sua attività di storico, per il lungo arco di anni - oltre mezzo secolo - durante il quale si dispiegò, nonché per la mole di lavoro complessivamente svolto. Affermarono, infatti, François Ganshof e, poi, Bryce Lyon che nel complesso, a partire dal 1882, quando, non ancora ventenne, compose il primo consistente saggio sul poeta liegese del nono secolo, Sedulio, sino alla fine, pubblicò trenta volumi, duecentosettantacinque articoli, note e comunicazioni congressuali, oltre a un centinaio di recensioni; un vero e proprio record che conosce pochi confronti: William Stubbs e Frédéric W. Meitland in Inghilterra e, forse, Georg Weitz in Germania.
Anche per lo stile dei suoi scritti dobbiamo tuttavia dire che egli si distinse, vuoi per un'insolita, sobria ricercatezza dei termini, vuoi per la potenza narrativa derivatagli dalla consuetudine con gli storici dell'Ottocento e del Settecento - specialmente con i francesi e con Voltaire in particolare - maggiormente posta in evidenza quando, come nel volume ora presentato, egli fu libero dall'impaccio delle citazioni rigorose delle fonti, a lui ben presenti ma filtrate attraverso una grande sensibilità.
Nell'ambito di tanto ampia produzione, L'Histoire de Belgique, Les Villes du Moyen-Âge, L'Histoire de l'Europe, Mahomet et Charlemagne, sono le opere ritenute, spesso emblematicamente, più rappresentative di tutta la produzione dello storico belga.
I quattro contributi in questione sono stati definiti - vedremo in qual misura ciò sia accettabile - di sintesi o, meglio, delle "vulgarisations" di altre abbondanti ricerche di carattere economico e sociale. In proposito, va detto per chiarezza che non negheremo davvero l'importanza dei quattro suddetti lavori pure se aggiungeremo che è apparso forse esagerato l'interesse quasi esclusivo dal quale essi sono stati circondati, a scapito di altri dello stesso autore. Infatti, in quasi ogni sua pagina redatta in oltre mezzo secolo di lavoro, possono reperirsi approfondimenti e spunti destinati a costituire il sostrato della elaborazione pirenniana, nel cui novero L'Histoire de Belgique, Les Villes du Moyen-Âge, il Mahomet et Charlemagne e L'Histoire de l'Europe (ma non essenzialmente quest'ultima), costituiscono una sorta di iceberg le cui basi sommerse si rivelano assai più ampie e talora non del tutto note.
Comunque, sono questi i "titoli" più spesso citati e tradotti e, fra essi, sono due quelli - potrebbe sembrare sorprendente - usciti postumi, rispettivamente nel 1937 Mahomet et Charlemagne (pubblicato da F. Vercauteren, allievo di Pirenne e storico ben conosciuto nell'ambito della medievistica europea dagli anni quaranta del ventesimo secolo in poi) e, nel 1936 L'Histoire de l'Europe.
In effetti, per esser precisi, del tutto successiva alla morte può considerarsi la comparsa del Mahomet, composto dal belga nell'ultimo periodo della vita e passato, appena, in tipografia quando lo studioso chiuse gli occhi per sempre. L'Histoire, invece, edita anch'essa un anno dopo la fine del nostro storico, risaliva, come si sa, a molti anni prima e precisamente alla guerra mondiale e al periodo della prigionia tedesca.
Diremo, a proposito, sia pur di passata, che gli avvenimenti legati ai due conflitti - 1914-1918 e 1939-1945 - hanno contribuito sensibilmente a sviluppare il cammino e l'evoluzione del pensiero storico europeo.
Pirenne, infatti, per l'atteggiamento coraggioso e patriottico verso la sua università di cui volle difendere il patrimonio culturale e materiale, nel 1916 venne deportato in Germania.
Così fu però anche per Ferdinand Braudel, durante il secondo conflitto mondiale tradotto nei campi di prigionia tedeschi di Magonza e Lubecca. Nel periodo di segregazione Braudel, forse consapevole dell'esempio offerto venticinque anni prima dall'autore del Mahomet, cercò di proseguire anch'egli i suoi studi, organizzando e dirigendo per i compagni un padiglione denominato Università del campo e scrivendo una gran parte del lavoro che, al tacer dei cannoni, venne dedicato al Mediterraneo ai tempi di Filippo secondo.
Più tragica, invece, la vicenda del grande Marc Bloch per questo, solo in parte raccostabile all'illustre collega dell'Università di Gand. Bloch, infatti, fu catturato dai nazisti nel 1944, tradotto in campo di concentramento e quindi fucilato.
Per restare, però, a Pirenne e alla sua meno infausta sorte, sono famose le sue traversie di guerra, in seguito alle quali fu assegnato a una residenza coatta a Krefeld, a Holzminden e poi a Kreuzburg, in Turingia, e forzatamente sottratto ai suoi studi e alle sue abitudini. Altrettanto conosciuto fu il suo impegno a concentrarsi in prevalenza sui problemi della cultura e, per quanto possibile, sull'insegnamento e la ricerca.
Per quel che attiene al primo compito, organizzò corsi di lezioni aperte ai compagni di prigionia, specialmente ai russi ai quali impartì un corso di storia economica ricevendone in cambio nozioni della loro lingua ch'egli si mise a studiare più che cinquantenne. Per tutti gli altri, i compatrioti tra i primi, tenne un corso di storia del Belgio, il cui successo fu senza pari.
Per quanto riguarda la ricerca, cominciarono, dopo una lunga maturazione, a prendere corpo in lui le linee essenziali della Storia europea ch'egli portava in sé, in quanto scaturite dal continuo, prolungato contatto con un'enorme quantità di fonti appartenute all'età di mezzo e che, perciò, anche se del tutto privo di libri e sprovvisto di strumenti di controllo, ebbe modo di articolare durante la prigionia, in una serie di tesi di carattere coerente.
Nacque in tal modo L'Histoire de l'Europe, il cui piano dapprincipio fu steso su rozzi quaderni scolastici e poi, via via, si snodò in una narrazione forzatamente priva di date e di riferimenti bibliografici ma ricca di saldezza interiore, conclusasi con le vicende del 1550 e non oltre, poiché a prigionia finita, l'autore non riprese più tra le mani il colossale lavoro.
Ferdinand Vercauteren raccontò in proposito che Pirenne ritornò a casa e presso gli allievi, riportando "come un trofeo" L'Histoire che non ebbe il tempo, né la forza di continuare, ma neppure il coraggio di distruggere.
Poi, negli anni Trenta, sentendosi prossimo alla fine, egli la consegnò a uno dei suoi figli, a Jacques, divenuto, in seguito professore di diritto presso l'Università di Bruxelles, affinché si assumesse l'incarico di non lasciarla sepolta fra le carte inedite.
Jacques - più tardi nominato conte nel 1951 - aggiunse le date, come le avrebbe volute il padre, fece alcuni non troppo pesanti riferimenti bibliografici e dette alle stampe l'Histoire, uscita diciotto anni dopo il suo concepimento, priva della parte finale che doveva proseguire dalla metà del sedicesimo secolo fino al ventesimo, ma, a suo modo, sostanzialmente completa, nonostante l'autore nel 1918 avesse smesso, come dianzi accennato, di lavorarvi ancora.
Ecco, allora, perché quando si dice che essa "corona" l'attività storica pirenniana si commette a nostro avviso un'inesattezza. Infatti, è vero il contrario; vale a dire che nella Histoire rinveniamo già "in nuce" concetti e problemi individuati da Pirenne agli inizi della carriera di ricercatore, e poi da lui riproposti e sviluppati in numerosi, successivi contributi dell'ultimo quindicennio della vita e dell'attività.
Così, se possiamo essere d'accordo con il figlio Jacques, quando affermò ch'essa rappresentò "son chef d'oeuvre" (torneremo su questo punto), meno facile è considerarla "l' aboutissement d'une carrière vouée à la recherche de tout son savoir".
Va sostenuto, ripetiamo infatti, che è ben vero il contrario: cioè, che questa importante testimonianza della medievistica europea della prima metà del nostro secolo, non conclude la carriera pirenniana, ma, in qualche misura, la preannuncia e la inaugura. Infatti, nonostante, fosse già conosciuta una parte dell'Histoire de Belgique, al ritorno dalla Germania - nel 1918 - non erano ancora stati scritti né Les Villes, né il Mahomet.
Dunque, per le condizioni in cui L'Histoire de l'Europe concepita e l'aspetto che le fu conferito - "sans Faide d'aucun document ni d'aucune note", riferì Bryce Lyon - essa si presentò subito come un'opera destinata a maturare con il tempo. Peraltro, la crescente fortuna incontrata, specialmente negli ultimi decenni presso le Università, nell'ambito dell'insegnamento istituzionale, ha evidenziato che il giudizio espresso le si attagliava pienamente.
Dato, però, l'utilizzo ormai corrente del suddetto lavoro a livello di magistero superiore, non si può fare a meno di porre a confronto questo "objet d'art aux miserables manuels dans lesquels il s'est initié à l'histoire de l'Europe" e non si può non notare ch'esso costituisce un organismo nelle cui vene circola un sangue ricco e gagliardo, una sorta di vino che con l'invecchiamento ha acquistato corpo e sapore.
La prima dote de L'Histoire de l'Europe - per venire a un esame fatto più dappresso - è quella di essere dal principio alla fine carica di pensiero generalmente obiettivo e spassionato, caratteristica questa di un rigore scientifico già presente ne L'Histoire de Belgique, di cui l'autore ebbe a dire: "Ho scritto la storia del Belgio, fin dalle sue origini, con lo stesso distacco con cui avrei scritto la Storia degli Etruschi".
Se, quindi, il Belgio di Pirenne è visto a livello continentale ed internazionale e rifugge da intendimenti nazionalistici, altrettanto e più lo è la sua Europa. Infatti, fuori di tal logica, a suo avviso, non sarebbero esistiti né il Belgio, né la sua storia, né una storia d'Europa ove si integrano vicende di zone più o meno vicine o lontane, legate da una stessa sorte.
Pirenne dunque, dato il tipo di ricerca avviato e il continuo confronto con paesi e situazioni diversi, divenne uno dei più convinti assertori, in un'epoca in cui certe simpatie non abbondavano, del metodo della storia comparata. Le sue riflessioni sulle signorie, la feudalità con i suoi attributi, le istituzioni urbane, i governi locali, l'amministrazione dei principati e delle monarchie, della Chiesa e dei complessi monastici, il modo di gestire commerci e affari economici, gli consentirono in realtà di comprendere che raramente gli istituti di una terra divennero appannaggio personale ed esclusivo della stessa e che, invece, furono diffusi in gran parte dell'Europa occidentale, dei suoi stati, delle signorie feudali e delle amministrazioni urbane.
Proprio Marc Bloch, in ciò assai vicino allo storico di Verviers, ha sviluppato questo metodo di confronto che non disdegnava, anzi cercò la collaborazione e l'aiuto delle scienze ausiliarie, fruttuosamente impiegate per l'indagine comparata.
Il metodo di Pirenne fu, pertanto, un continuo, consistente approccio che doveva presto portarlo all'Histoire de l'Europe, un libro ampio e spassionato di larga, immediata risonanza.
In Italia, per la verità durante gli anni venti-trenta l'attenzione verso il belga di cui pochi si accorsero, fu relativa: fra questi, tuttavia, si segnalò per la riflessiva recensione al Maometto e Carlomagno Paolo Brezzi, il quale mise in evidenza il valore e la funzione di stimolo e di svecchiamento esercitata da quello studioso e dalla sua Histoire in cui fra le altre riflessioni brillarono quelle relative al Mediterraneo, non più veduto come un lago romano - come per intenderci lo viveva Pietro Silva - ma divenuto centro più ampio di cultura e di commerci.
Per continuare con l'Italia, diremo che L'Histoire de l'Europe v'ebbe tarda diffusione rispetto al Maometto, fin dal 1939 tradotto nella nostra lingua.
La versione dell'Histoire in italiano, invece, fu del 1956, seguita da talune ristampe e da una seconda edizione del 1967.
Anche per questo la presente traduzione dovuta all'impegno di Cristiana Maria Carbone, si raccomanda per l'aderenza del linguaggio unita alla fluidità dello stile, capace di rendere la scrittura pirenniana in termini forse più vicini anche al lettore non specialista e, perciò, è da considerarsi un avvenimento tutt'altro che trascurabile nel novero dei nostri studi storici.
Proprio quest'opera pertanto, preceduta parzialmente dalla Storia del Belgio ma precedente Les Villes du Moyen-Âge del 1927 e la stesura del Mahomet, annuncia molteplici, grossi, significativi problemi.
Uno dei problemi centrali dell'Histoire, rimbalzato di capitolo in capitolo - quasi di pagina in pagina nella parte iniziale - è quello in cui l'autore osserva che, in contrasto con le affermazioni di altri storici, l'economia e la cultura del mondo romano non sono venute meno in conseguenza delle invasioni germaniche. Infatti, ne permangono elementi non esigui, sicuramente nelsesto e forse pure nel settimo secolo.
Il mutamento profondo, invece, avviene nell'ottavo, allorché nel Mediterraneo, sembrano quasi non trovarsi più naviganti, le importazioni di merci dall'Oriente verso il regno franco appaiono interrotte, cessa la circolazione della moneta occidentale, non si incrementano i commerci che anzi si spengono, non si scorgono quasi mercanti provenienti dalle regioni bizantine, siriane o persiane.
A provocare tale frattura non riscontrabile nei precedenti duecentocinquanta-trecento anni, a generare la sparizione della tradizione antica non sono stati i Vandali, non i Goti o i Longobardi ma i Musulmani.
A porre per la prima volta l'accento su questo evento, lo storico è indotto proprio nella ricerca che ora presentiamo, ove la questione viene enunciata in linee ancor generali; infatti le condizioni eccezionali in cui essa vide la luce hanno fuor di dubbio impedito all'autore di addurre dati più precisi e conseguenti, per comprovare la sua tesi.
L'intuizione, però, è lucidamente avvertita e, fra l'altro, consente allo storico di conferire un ampio spessore ai problemi legati al mare e specialmente al Mediterraneo, secondo la teorica pirenniana una sorta di chiave di volta attraverso la quale si passa dall'età antica alla medievale il cui avvento, in certa misura, può ascriversi, come accennavamo, più agli Arabi che agli Occidentali.
L'interesse per il mare non resta, tuttavia, fine a se stesso ma si allarga ai corsi d'acqua lunghi e navigabili, ai laghi, alle sorgenti. Nelle pianure più fertili e facilmente irrigabili, sottolinea Pirenne, si svilupparono nel corso dei millenni le grandi civiltà agricole, i cosiddetti Imperi Idraulici su cui si innestò un precoce sviluppo urbano: l'india settentrionale attorno all'indo, la Persia attorno al Tigri e all'Eufrate, la Cina attorno all'Huang ho e allo Yangtze chiang; sul Mediterraneo poi si stabilì una fascia in cui presero vita le grandi dominazioni imperiali cinesi, sassanidi, dei Gupta, di Roma. Esso fu, insomma, l'area dei mondi civili costituitisi di preferenza intorno al mare o intorno ai fiumi perché l'acqua è comunque, permanente elemento primario di civiltà.
Questi concetti costituiscono l'"a priori" del primo libro dedicato a La fine del mondo romano in Occidente e, più da vicino, ai regni romano-barbarici, esplorati con occhio attento a tener conto delle loro origini e dei mutamenti cui andarono incontro una volta che si furono insediati nell'Occidente. Gli stessi giudizi ravvivano anche gli altri capitoli su Giustiniano nonché quelli sull'invasione musulmana. Subito grandeggia qui il metodo comparativo con cui vengono giudicati eventi non lasciati chiusi in una ristretta realtà franco-iberico-italiana, ma posti a contatto con l'intera area mediterranea, con gli spostamenti - o indoguptalici, che fanno, ad esempio, degli Unni uno stanziamento più complesso di quanto non apparisse in precedenti trattazioni.
Il secondo libro, riguardante l'Epoca carolingia è, tuttavia, quello in cui le cosiddette tesi di Pirenne rifulgono maggiormente: la dissoluzione del regno Merovingio e la formazione dell'impero di Carlo Magno, pongono in essere, ancora una volta sulla scorta di intuizioni senza che di esse siano offerte tutte le verifiche utili, i suoi convincimenti legati all'attività economica dei merovingi non necessariamente decisa a porre in secondo piano la carolingia, ma certo, in prospettiva destinata a creare nuovi equilibri. Tali persuasioni invero negli anni successivi si sarebbero meglio fissate nel Mahomet et Charlemagne. In esso, infatti, fin dal titolo, l'impero fondato nella giornata del Natale dell'800 per volere di Leone terzo, fu posto in secondo piano rispetto alla propulsiva potenza maomettana e all'influenza degli Arabi nel Mediterraneo; in quanto è questo l'avvento che dà luogo, da una parte, all'innalzamento - uno spostamento all'indietro potremmo dire - del baricentro politico dell'espansione merovingica e dall'altra segna la fine e il superamento del mondo antico. Ma anche l'impero romano e cristiano di Carlomagno nasce dalla mutata condizione del Mediterraneo volta a spostare l'asse della politica occidentale verso il nord. Così alla vecchia Gallia merovingica prevalentemente orientata verso il Mezzogiorno si sostituisce la dominazione dei Maggiordomi Austrasiani che induce i pontefici, a loro volta, ad abbandonare Bisanzio per cercare più a Nord, l'aiuto dei Franchi contro il ricorrente pericolo longobardo.
Altro tema costitutivo della prospettiva storica pirenniana nell'Histoire è rappresentato dall'acuta sintesi relativa allo sviluppo urbano.
La descrizione dell'organizzazione delle città, del loro ruolo nella crescita dell'Occidente, dalla caduta dell'impero romano fino alla fine del Medioevo, è frutto di anni di indagini d'archivio, di lettura di collezioni di documenti e di cronache. Nello specifico, l'occhio dello storico sarà attento a cogliere le varie fasi del rinnovamento commerciale collocato nell'undicesimo secolo, ad accompagnare la nascita e la crescita del ceto mercantile, sia esso proveniente dalla realtà urbana delle Fiandre o da quelle veneziane e padane. Poi, si soffermerà sull'arresto dello sviluppo economico alla fine del Duecento e sulla crisi economico-sociale del Trecento.
Non ci pare il caso di soffermarci in questo luogo sulle numerose pur attendibili critiche orientate a scalzare gli argomenti suddetti, mentre è più utile mettere in evidenza come molte argomentazioni dell'Histoire sviluppate in articoli, saggi svariatissimi e nelle famose Villes du Moyen-Âge, siano già con evidenza reperibili anch'esse nel volume qui presentato.
Infatti, sono questi i fondamenti su cui si basa il quinto libro dell'Histoire con i suoi Capitoli sulla formazione della Borghesia, ovvero sulla rinascita cittadina poi sull'espansione dei centri abitati accompagnati dalle relative conseguenze per le popolazioni rurali, originate dal fatto che nel Medioevo le città si distinsero nettamente dalle campagne, oltre che da un punto di vista economico-sociale, anche materialmente con le mura, le porte, i fossati.
Il libro sesto illustra quindi la nascita degli stati nazionali, dell'Inghilterra e della Francia soprattutto, di fronte all'impero nel periodo posto tra Federico Barbarossa e Federico secondo, con un occhio di speciale riguardo per la battaglia di Bouvines del 1214, considerata giustamente la prima spaccatura del Continente in due blocchi contrapposti, facenti capo all'egemonia del papato l'uno, alla Francia l'altro.
Anche in queste pagine si evidenzia il ruolo giocato in tali vicende dalle città: da Parigi, per esempio, divenuta con il dodicesimo  secolo il centro amministrativo della Francia tanto da esser denominata, fin dal tempo di Filippo secondo Augusto, la città dei re, mentre Roma era la città del papa. Proprio a Parigi, infatti, Filippo Augusto avrebbe fatto nascere la prima "università" d'Europa e Notre Dame sarebbe stata la prima fra le cattedrali gotiche.
Mancano, è vero, segnatamente su questo punto, le precisazioni che arricchiscono le stesse argomentazioni esposte ne Les Villes; però, sia che convinca sia che lasci adito a dubbi, sin dal tempo della gestazione dell' Histoire - grosso modo fra il 1916 e il 1918 - è presente nel nostro grande studioso l'intuizione legata a una verifica del Medioevo occidentale sulla base della vita cittadina.
Altro punto essenziale è reperibile nell'approfondimento degli aspetti economici connessi alla civiltà dell'età di mezzo. L'alto Medioevo con la sua economia agraria intesa a spiegare la necessità del cosiddetto "systeme seigneurial" e della feudalità; il rinnovamento cittadino nato da un fenomeno economico e non giuridico, politico, religioso o razionale; la formazione del capitalismo medievale, argomento insieme e più dei precedenti largamente utilizzato per polemizzare con il suo autore, sono tutte riflessioni che torneranno ripetutamente e con maggior autorevolezza nella produzione successiva al 1918. Tuttavia, allo stato di intuizioni, di riflessioni e non di estesa trattazione talvolta, questi argomenti emergono nei Libri dal quinto all'ottavo, quando si rappresentano la nascita degli stati occidentali, i progressi della monarchia francese e della inglese, il primato indiscusso conseguito dalla Chiesa di Roma.
Pirenne è attento a porre l'accento sull'aumento della circolazione monetaria, sui mutamenti economici e politici che rendono difficilmente realizzabili i disegni papali, sul tramonto dell'idea di Crociata, presentata come una chimera, dal momento in cui i progressi del commercio cittadino avevano modificato i costumi e il sistema di vita della società di quel tempo. Egli, inoltre, è convinto che le leggi della produzione, del guadagno e della concorrenza, siano tutt'altro che ininfluenti nel destino del continente e di coloro che se ne contendono il predominio.
Allo stesso modo, egli pone in evidenza i vari aspetti della crisi del Trecento, un secolo che conobbe una recessione economica responsabile d'aver causato un profondo malessere sociale e mette pure in rilievo l'importanza di una già presente e potente classe proletaria: quella facente capo ai tintori, ai filatori, ai tessitori e, in genere, agli artigiani di panni di lana e di seta stabilmente situati nelle terre di Fiandra.
Pure in questa occasione l'Histoire, anche se più essenzialmente specchio di talune zone occidentali del Nord, assunse la funzione di primo catalizzatore di idee in seguito meglio approfondite e divenute oggetto di fertile dibattito storiografico.
Tuttavia, il modello economico applicato alla storia delle popolazioni, l'indagine relativa ai movimenti sommersi, destinati in prosieguo di tempo a determinare sensibili mutamenti nei destini dell'umanità, non sono i soli elementi capaci di ravvivare un libro in cui gli eventi politici e le grandi individualità della storia non occupano un posto troppo modesto nelle proporzioni generali della trattazione. E ciò si evidenzia soprattutto nelle parti finali, allorché, nel procedere verso gli ultimi secoli del Medioevo, una volta realizzatisi gli equilibri delineati nelle sezioni iniziali, si abbandonano gli ampi affreschi dedicati al passaggio da una dominazione all'altra, alla creazione di nuove realtà, mentre ci si rifugia, in modo gradualmente maggiore, verso una rappresentazione collaudata, di tipo, per così dire, tradizionale.
Non possiamo escludere che rimettendosi al lavoro in un secondo momento, Pirenne di fronte al primo abbozzo steso nel periodo di ozio forzato in Germania, avrebbe colmato la forse troppo evidente divaricazione fra l'esposizione delle prime e quella delle ultime sezioni e, soprattutto, fra il metodo di approccio alle medesime e la realizzazione complessiva dell'Histoire.
Però, va pur detto che egli non fu casualmente convinto della notevole differenza esistente fra il primo e il secondo millennio, mentre del pari fu persuaso del fatto che i secoli altomedievali scarseggiano di personalità la cui risonanza possa considerarsi universale.
L'antichità - ebbe a rilevare poi il Belga - fu ricca di grandi imperatori e di personaggi di notevole statura e per tornare a così alte e difficilmente scalabili vette - a suo avviso - era necessario spingersi sino all'età dell'Imperatore Carlo quinto. Tra questo eroe e gli antichi, ad eguagliarlo non restò che Carlo Magno. Fu naturale, pertanto, che in una simile prospettiva, i secoli del passaggio dal mondo antico al Medioevo restassero dominati dagli eventi più che dalle persone e altrettanto corretto apparve, secondo la stessa impostazione, che solo verso la fine del Medioevo si approdasse di nuovo alla considerazione dei "grandi uomini" e delle loro "personalità".
Comunque, al di là di una non sempre perfettamente raggiunta, armonica proporzione - voluta o non voluta ch'essa fosse - fra i diversi momenti del lavoro, già nel 1918 L'Histoire de l'Europe rappresentò l'impressionante somma del sapere di uno studioso il quale mise in evidenza una grandissima preparazione.
Alla lettura, infatti, balza ancora adesso con evidente concretezza che non esistè grande nazione del nostro Continente che quell'autore non conoscesse: dalla penisola iberica al mondo inglese, dalla Germania alle terre dell'Est, da quelle magiare e polacche, alla Russia. Inoltre, egli incluse nel suo ambito e nei suoi modelli di ricerca anche la storia bizantina e l'araba.
Tutto ciò, pertanto, gli permise di dar vita a un'ampia sintesi storica che - già lo accennavamo - liberatasi dai limiti dell'erudizione, sulla scorta delle scienze ausiliarie e di tecniche per quegli anni scaltrite, dette luogo a importanti risultati fra i quali, oltre a quelli legati alla competenza dei problemi se ne accoppiano altri e, per esempio, quelli di un miglior inserimento nelle vicende occidentali, delle arabe delle normanne e delle slave, per non dire di quelle concernenti il mondo bizantino.
Generalmente da non pochi specialisti, a Pirenne - in merito all'Histoire, più che in altri casi - fu mosso il rilievo di aver in parte minimizzato il ruolo dell'uomo nello sviluppo della sua vicenda e di aver tentato di spiegare troppe cose sulla scorta del determinismo economico, di esser stato poco sensibile allo sviluppo culturale e, inoltre, di aver avuto un occhio troppo attento alle vicende del Medioevo laico.
Tuttavia, chi ha rilevato tali cose come manchevolezze, non ha tenuto conto per intero delle tesi su cui si è sostenuta la costruzione pirenniana.
Di solito - egli disse infatti - la storia si articola su una serie di discutibili presupposti: superiorità di razza, ardore religioso, genio culturale, grandi personalità, mentre si è rimasti convinti che a muovere i fili delle vicende sia soltanto o essenzialmente l'uomo.
I popoli e i loro capi - ha evidenziato invece Pirenne - non "fanno" tutta la storia, mentre forse si limitano a fronteggiare situazioni economiche e sociali disparate, alle quali imprimono un determinato ritmo fino al punto di far nascere circostanze diverse e pur originali, cui i loro successori dovranno, in qualche modo, tener testa.
La sua prospettiva, dunque, è ampia e complessa, non nega l'importanza dell'uomo, anche se tiene conto del fatto che non tutto comincia e finisce con lui.
Se - per fare un esempio - il conte Filippo d'Alsazia si presentò come un grande signore feudale del dodicesimo  secolo, ciò avvenne perché egli comprese la base economica del suo potere e perché seppe trarre partito sino in fondo dalle risorse dei Comuni fiamminghi.
Se invece - ancora un altro esempio - il conte Luigi di Nevèrs, nel secolo quattordicesimo  andò incontro al grave scacco da lui subito, fu perché praticamente ignorava gli eventi economici della Fiandra e quindi agì in modo errato quando dovette incontrarsi e misurarsi con le più concrete aspirazioni dei suoi feudatari.
Contano, allora, sia Filippo e sia Luigi, ma solo se si consideri che al di fuori di loro esistono pure processi economici, sociali, politici, da cui sono, in qualche misura, condizionati: se, allora, ad agire si trovano personaggi di rilievo, essi riescono a liberarsi agevolmente da impacci e difficoltà, ma non si può scrivere storia se si sia convinti che in essi si trova la ragione di tutto e che possono tutto, e se invece non si tenga conto delle condizioni loro precedenti e dei mutamenti che vi impressero. Si deve, insomma, ragionare sulle azioni dei "morti" e tenerne debitamente conto - conclude Pirenne - come su quelle dei vivi.
In queste condizioni - di qui il profumo intenso e il fascino discreto delle pagine dell'Histoire - si genera uno stimolo verso l'immortalità, l'intendimento di trovare qualcosa che trascenda la morte, la contempli e la neghi, riaffermando gli insopprimibili valori dell'esistenza e della storia.
In questo senso - si può ben dire - la Storia d'Europa fu e resta tuttora una possente spinta verso la vita e un esempio di intelligente, personalissima lettura di vicende e problemi dell'età di mezzo, di cui studiosi e studenti dovranno ancora far tesoro come di una straordinaria opportunità.
LUDOVICO GATTO.
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STORIA D'EUROPA. DALLE INVASIONI AL SEDICESIMO SECOLO.
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Prefazione.
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Il 18 marzo 1916, verso le 9 di mattina, un ufficiale dell'armata d'occupazione tedesca si presentò da mio padre, Henri Pirenne, che allora abitava a Gand, in rue Neuve Saint-Pierre e lo pregò di seguirlo alla "Kommandantur". Lì, fu ricevuto da un maggiore che gli annunciò la sua partenza immediata per la Germania; e poiché egli si informava della ragione di questo arresto, l'ufficiale si limitò a rispondergli: "La ignoro; è un ordine". Mia madre fu autorizzata ad andare a salutare il marito alla presenza di un ufficiale; mio fratello Robert, invece, che in quel momento era a scuola, non potè andare ad abbracciare il padre che, un'ora dopo l'arresto, si metteva in viaggio per il campo di Crefeld.
Bruscamente separato dalla famiglia e dagli amici, costretto a lasciare sola, in un paese occupato mia madre - la cui salute era stata scossa dalla morte del figlio Pierre, ucciso a Yser il 3 novembre 1914, mio padre, fin dal momento dell'arrivo al campo per ufficiali di Crefeld, deciso a non lasciarsi abbattere, si mise al lavoro. Molti ufficiali russi erano internati al campo, e con uno di loro intraprese lo studio della lingua russa.
Mio padre era stato sistemato a Crefeld solo provvisoriamente, come il suo collega e amico Paul Fredericq, deportato lo stesso giorno e inviato a Gutersloh. L'autorità tedesca, arrestandoli, aveva sperato di intimidire i professori dell'Università di Gand e di indurli quindi a riprendere i corsi, secondo gli ordini impartiti. Ma quell'attesa venne delusa. L'Università rifiutò di riaprire i battenti sotto l'occupazione straniera. Il risultato di questa resistenza non doveva farsi attendere. Il 12 maggio 1916, a Crefeld giunse l'ordine di trasferire mio padre al campo di Holzminden. Quel soggiorno esercitò su di lui un'azione profonda.
Il campo accoglieva all'epoca, come egli descrive nei suoi Souvenir's de captivitè da 8 a 10.000 prigionieri, ripartiti in 84 grandi baracche di legno allineate su più file, in uno spazio di circa quattro ettari. Il viale centrale, l'Avenue Joffre, come lo chiamavano i prigionieri, brulicava dalla mattina alla sera di una folla eterogenea, fra cui si incontrava gente di tutte le nazionalità, di tutte le classi sociali, e dove si parlavano tutte le lingue, tranne l'inglese, perché non un solo inglese si trovava a Holzminden.
"Al centro del campo, una decina di baracche, circondate da un traliccio di fil di ferro, rinchiudeva donne e bambini. Tutti i giorni, da mezzogiorno alle tre, le donne potevano uscire da quel recinto...
Quanto ai bambini, che si trovavano nel campo abbastanza numerosi, il mattino si vedevano passare quelli che si recavano alle scuole che la sollecitudine di certa brava gente aveva, bene o male, organizzato per loro.
La base di questa popolazione eterogenea era composta, naturalmente, di uomini del popolo. Holzminden era il ricettacolo dove la Germania riversava, alla rinfusa, da tutti i paesi occupati, gli indesiderabili o i seccatori. Una baracca vicina a quella da me occupata, ospitava i prigionieri delle carceri di Loos, vicino a Lille, fra i quali si trovava un certo numero di individui condannati per assassinio... Salvo qualche eccezione, tutti quegli uomini sopportavano la loro sorte con una rassegnazione veramente ammirevole. Le forze fisiche di molti finivano per venire meno; c'erano malati, nevrastenici, e si incontravano anche casi di pazzia; ma in quasi tutti la forza morale rimaneva intatta. E pensare che molti di loro si trovavano lì da due anni. Eppure, quelli erano i più risoluti. Erano passati attraverso le miserie dei primi tempi della guerra, avevano subito la brutalità delle sentinelle, sopportato il freddo nelle baracche non riscaldate d'inverno, assistito all'agonia della sventurata gente di Lovanio, deportata al campo nel mese di settembre del 1914. A poco a poco ci si era organizzati. Grazie agli aiuti inviati dai comitati che da ogni dove vegliavano da lontano sui prigionieri, e grazie a quelli che si riusciva a ottenere dalla famiglia e dagli amici, il regime alimentare era diventato sopportabile. Avevamo ricevuto vestiario, medicine, libri. L'iniziativa privata si era ingegnata in mille modi. Alcuni studenti francesi avevano fatto costruire a proprie spese una piccola baracca, l'Università, dove professori e ingegneri tenevano corsi e che ospitava una biblioteca, i cui volumi erano rilegati da un legatore di Bruxelles. Si erano organizzati servizi per la beneficenza. Si erano create scuole per i bambini. Erano stati aperti caffè e perfino ristoranti. Alcuni preti cattolici avevano approntato una cappella nella baracca che occupavano. Alcuni belgi avevano sistemato uno spiazzo libero per giocare a palla; altrove, c'erano dei giochi di birilli e un gioco di bocce assiduamente frequentato dai francesi del nord. Tuttavia lo sport era poco praticato. Mancava lo spazio, e soprattutto la forza fisica, che era venuta meno a tutti, a causa della prigionia e della mancanza di esercizio.
Pochi i rapporti con i tedeschi. Il generale che comandava il campo non si faceva vedere mai. Lasciava che al suo posto operasse il suo luogotenente, un ufficiale di riserva brutale e grossolano. Sotto la sua sorveglianza funzionava un'organizzazione assai semplice, i cui agenti venivano reclutati fra gli stessi prigionieri. C'erano un capo del campo, dei capi-distretto e dei capi-baracca, responsabili della disciplina. Era con loro che i prigionieri si trovavano in rapporto. Tutte le sere usciva un bollettino che conteneva gli ordini e i regolamenti per l'indomani. Solo le funzioni di polizia erano affidate a soldati e a Feldwebels. Ed essi le esercitavano con durezza. Nelle baracche, venivano effettuate continuamente perquisizioni, veniva requisita parte della corrispondenza e i colpevoli venivano inviati in cella di isolamento per molti giorni. Queste punizioni erano moneta corrente. Molte volte venne affisso un avviso sulla porta dell'Università: Oggi il corso di X... non si terrà, perché il professore è in prigione."1
Mio padre trovò immediatamente la propria collocazione, in questo strano ambiente. Direttore dell'ufficio di beneficienza, entrava in contatto con i più infelici di cui cercava di alleviare le miserie. Ma si dedicò soprattutto a tenere alto il morale dei compagni di sventura, organizzando per loro un doppio insegnamento. "Quanto a me", scrive, "tenevo due corsi, uno di storia economica per due o trecento studenti russi fatti prigionieri a Liegi nell'agosto del 1914, l'altro, in cui raccontavo ai miei compatrioti la storia del loro paese. Non ho mai avuto allievi più attenti e mai ho insegnato con tanto piacere. Il corso di storia del Belgio era veramente avvincente. L'uditorio si stipava, gli uni appollaiati su pagliericci accatastati uno sopra l'altro su un angolo della baracca adibita ad aula, altri ammassati su banchi o in piedi, lungo le tramezzature... Qualcuno si radunava all'esterno, davanti alle finestre aperte. Dentro, dal tetto di cartone catramato, veniva un caldo asfissiante. Migliaia di pulci venivano fuori da ogni dove, saltellando al sole come le goccioline di una leggera innaffiatura. Talvolta mi immaginavo di udirle, tanto era profondo il silenzio di tutti quegli uomini che ascoltavano uno dei loro parlare della patria lontana e ricordare tante catastrofi che aveva subito e superato. Senza dubbio l'affluenza del pubblico allarmò la Kommandantur. Un giorno mi venne intimato l'ordine di interrompere l'insegnamento. Naturalmente, protestai contro una misura che, di tutti i professori del campo, colpiva soltanto me. Rimisi al generale una memoria che egli promise di inviare a Berlino, e subito ebbe inizio una corrispondenza interminabile. Per quindici giorni dovetti fornire note, rapporti, spiegazioni di tutti i tipi. Per farla breve, alla fine giunse l'autorizzazione a riprendere le lezioni. Ma dovetti impegnarmi a consegnare il giorno prima all'ufficio del campo il sommario della lezione quotidiana e a subire la presenza, fra l'uditorio, di due o tre soldati che conoscevano la lingua francese."2
Mentre si dedicava a istruire gli altri, mio padre, sotto la guida di uno studente, proseguiva lo studio della lingua russa intrapreso a Crefeld.
Il corso di storia economica che teneva agli studenti lo riportò a un progetto che accarezzava già da qualche anno, quello di scrivere una storia generale dell'Europa, e, poco alla volta, pur nell'atmosfera così deprimente del campo, privato di qualsiasi comodità, di qualsiasi possibilità di ricerca, egli elaborò, senza scriverlo, il piano della vasta sintesi che andava accarezzando. Riuscì a ottenere qualche opera di storici russi, la cui lettura gli avrebbe aperto orizzonti nuovi, permettendogli di realizzare un'opera che mai storico al mondo abbia tentato di intraprendere da solo, una storia generale dell'Europa, esposta seguendo il metodo utilizzato per la sua Storia del Belgio.
L'arresto e l'internamento di mio padre avevano provocato numerosi interventi: l'Accademia di Amsterdam aveva proposto che venisse internato in Olanda, alcuni professori americani ne sollecitavano il trasferimento all'Università di Princeton; il presidente Wilson, il re Alfonso tredicesimo, il papa, erano intervenuti presso il Governo tedesco per ottenere la sua liberazione; poco prima che venisse fatto prigioniero, il 6 aprile 1915, l'Accademia di Svezia gli aveva conferito il titolo di membro associato, nomina di cui ricevette la comunicazione ufficiale soltanto quando fu giunto al campo di Holzminden; infine il lavoro dedicato dal professor Chr. Nyrop di Copenhagen all'"arresto dei professori belgi dell'Università di Gand" aveva commosso il mondo della cultura di tutti i paesi neutrali. Il Governo tedesco volle rispondere a queste manifestazioni con una misura di clemenza. Nel mese di giugno fece offrire a mio padre di scegliere la residenza in una città universitaria della Germania, e poiché egli rifiutava di lasciare il campo, venne trasferito a Iena il 24 agosto 1916.
Lì, ritrovò il suo amico Paul Fredericq, e, per qualche mese, poté disporre della biblioteca dell'Università dedicandosi metodicamente alla lettura degli storici russi. La "clemenza" tedesca doveva essere di assai breve durata. Il 24 gennaio 1917 venne effettuata di sorpresa una perquisizione nell'abitazione dei due esuli e la loro corrispondenza e le loro carte furono requisite. Tradotti davanti a un colonnello affiancato dal borgomastro e dal "Bezirks Director", si videro rimproverare di non aver apprezzato "l'ospitalità della Germania". Qualche giorno dopo, mentre P. Fredericq veniva inviato a Burgel, mio padre era spedito a Creuzburg an der Werra, una cittadina della Turingia di duemila abitanti, situata a una dozzina di chilometri da Eisenach.
Segnalato come "estremamente pericoloso", si era visto rifiutare una camera nel miglior albergo della città. Fu sistemato al "Gasthof zum Stern", dove acconsentirono a fornirgli vitto e alloggio. "Era una grande casa sulla piazza, di fronte alla chiesa e al Rathaus, con un grande tetto fatto di tegole, una grande porta carraia e, in fondo, un cortile fiancheggiato da una stalla, un fienile e una latteria."3
Mio padre poteva passeggiare liberamente, ma doveva presentarsi tutti i giorni al borgomastro e consegnargli la corrispondenza che doveva essere censurata presso la "Bezirks-Direktion" di Eisenach.
Qui avrebbe preso corpo l'opera il cui piano era stato elaborato nelle baracche di Holzminden. Mio padre ha raccontato personalmente in quali circostanze fu scritta: "Avevo deciso immediatamente che non mi sarebbe stato possibile resistere alla monotonia della detenzione se non imponendomi rigorosamente delle occupazioni fisse, e riservando a ogni ora il suo compito speciale. Ripresi lo studio del russo... Il pomeriggio, dalle due alle cinque, era dedicato alla passeggiata. Alle cinque mi mettevo alla stesura di un libro a cui spesso avevo pensato prima della guerra e di cui avevo in mente il piano. Arrivavo così all'ora della cena. Leggevo il giornale e la giornata finiva per ricominciare esattamente allo stesso modo l'indomani. Mai ho abbandonato questa regola di vita, quale che fosse il tempo o la stagione. Essa mi dava l'impagabile vantaggio di sapere, fin dal mattino, quello che dovevo fare fino alla sera. Metteva una barriera ai vagabondaggi dell'immaginazione, placava le inquietudini e scacciava la noia. Finii per interessarmi veramente al mio lavoro. Ci pensavo durante le mie passeggiate solitarie per i campi e i boschi. Niente, in quei luoghi, mi ricordava la guerra, e io mi sforzavo di dimenticarla. Parlavo con me stesso. Poiché non avevo alcun dovere da compiere, ero libero da qualsiasi fatica, mi ero sbarazzato di qualsiasi obbligo mondano e sociale, nel mio isolamento, gustavo le gioie della meditazione, l'elaborazione lenta e progressiva delle idee che portiamo dentro di noi, con cui viviamo e nelle quali finiamo con l'immergerci.
A farla breve, mi resi conto - almeno così mi sembra - di comprendere la reclusione volontaria di Cartesio nel suo crogiuolo in Olanda. Anch'io vivevo in un crogiuolo, e se ci vivevo mio malgrado, c'erano dei momenti in cui riuscivo a dimenticarlo... Tutti i giorni, verso le dieci, interrompevo la mia occupazione per recarmi dal borgomastro, al primo piano del Rathaus. Era il momento patetico della giornata. Avrei trovato alcune delle lettere che erano la sola distrazione e il solo sollievo al mio esilio?...
Poco a poco finii per conoscere l'aristocrazia del villaggio, le Honoratioren, secondo l'espressione consacrata. Il più importante e anche il più colto di loro era il superintendent4. Quando ci incontravamo scambiavamo qualche parola. Talvolta riuscivo a farlo parlare della guerra. Parlava bene e volentieri. Certamente non sospettava il piacere personale che provavo nel sentirgli sviluppare un tema che le mie conversazioni di Iena mi avevano reso familiare da lunga data. Nei suoi discorsi ritornavano continuamente la razza e la sua influenza storica. Romanesimo, germanesimo! Per lui tutto si rifaceva a questo. Il romanesimo era la Chiesa cattolica, la forma prevaleva sulla sostanza, le convenzioni e la tradizione sulla libertà di pensiero e sulla coscienza individuale. D'altro canto, egli riconduceva la storia del mondo al protestantesimo, e il protestantesimo al germanesimo. Eppure, Calvino!, gli obiettai un giorno. Calvino, mi rispose, è Lutero adattato allo spirito romano....
Un'altra volta la conversazione cadde sulla libertà politica. Anch'essa era appannaggio del popolo germanico. Lutero ne aveva dato la vera formula, formula incomprensibile, è vero, per gli stranieri. In fondo, soggiunsi io, il fatto è che probabilmente questa nozione della libertà appartiene a un popolo che è libero solo da poco. Da noi la schiavitù è abolita fin dal tredicesimo secolo: in Germania esisteva ancora all'inizio del diciannovesimo. Per chi è abituato alla libertà da seicento anni e per chi invece ha un nonno che forse è stato sottoposto a corvè da un signore ed è stato servo della gleba, le parole non hanno lo stesso significato, è difficile trovarsi d'accordo. Il mio interlocutore mi guardò con stupore. Certamente si chiedeva se parlavo sul serio. Altro che! Più mi iniziavo alla Germania e più chiaro mi appariva che la sua disciplina, il suo spirito di obbedienza, il suo militarismo, la sua mancanza d'intelligenza e di attitudini politiche trovano in gran parte la loro spiegazione in questo rinascere della servitù che il sedicesimo secolo ha visto compiersi. In questo, esiste una differenza con i paesi occidentali, una differenza fondamentale e radicale. Senza la schiavitù pressoché generale delle popolazioni rurali a est dell'Elba, il luteranesimo avrebbe forse potuto diffondersi come ha fatto, e l'organizzazione dello Stato prussiano sarebbe forse concepibile?...".
In questa solitudine, tuttavia colma delle sue meditazioni e inframmezzata da conversazioni che spesso gli aprivano vasti orizzonti, mio padre ha scritto l'Histoire de l'Europe.
Quando, fin dai primi giorni della sua sistemazione nell'albergo turingio si mise all'opera, disponeva soltanto di un piccolo manuale di storia, che veniva usato nella scuola di Creuzburg. Dapprincipio mise per iscritto, su quadernetti da scolaro, "il piano che aveva in mente". Il 23 marzo 1917, iniziò la stesura. La data che riportava ogni giorno in margine al suo manoscritto permette di seguire il progresso dell'opera. Scritta di getto, quasi senza correzioni, formata di capitoli corti, divisi a loro volta in paragrafi, in essa si sente l'espressione di un pensiero giunto veramente al massimo dello sviluppo. Nel mezzo dei drammi peggiori, l'Autore seppe conservare abbastanza dominio su se stesso per mantenere un'obiettività assoluta. E tuttavia non viveva nell'isolamento, e la sua opera lo dimostra. Se ho citato il ricordo di certe conversazioni che egli sottolinea nei suoi Souvenirs de captivité è proprio perché in essi si sente il contatto stretto con le pagine che redigeva all'epoca; la preoccupazione dell'erudizione ufficiale tedesca di spiegare tutto attraverso la razza ha indotto molte osservazioni che mostrano come sia falsa questa teoria storica, nata dalle necessità della politica, e il carattere della popolazione in mezzo alla quale egli viveva ha chiaramente ispirato certe spiegazioni sociali che sono fra le pagine più avvincenti dell'opera. Messo nell'impossibilità di ricorrere alle fonti, di riprendere nel dettaglio lo studio dei fatti, di controllare le date, mio padre dovette limitarsi necessariamente allo studio degli insiemi; la storia sociale, l'evoluzione economica, le grandi correnti religiose e politiche hanno catturato la sua attenzione, e i fatti, in conclusione, sono serviti soltanto da supporto al vasto affresco che egli schizza a grandi pennellate, abbracciando con un solo sguardo l'Oriente e l'Occidente.
Il lettore si stupirà, forse, nel trovare tante date riportate tra parentesi. Nel manoscritto esse mancano quasi del tutto, le parentesi sono state aperte per mettervele in un secondo tempo; pubblicando questa Histoire, ho creduto di doverle aggiungere come avrebbe fatto mio padre.
L'Histoire de l'Europe si interrompe bruscamente verso il 1550. E tuttavia il piano che il manoscritto segue, passo passo, si sviluppa fino al 1914. Il fatto è che gli eventi sopraggiunsero a interrompere l'opera in piena elaborazione. L'8 agosto 1918, l'arrivo a Creuzburg di mia madre e del mio fratellino Robert che, dopo più di due anni, avevano infine ottenuto il permesso di condividere l'esilio di mio padre, segna soltanto un'interruzione di qualche giorno nella sua stesura. Fu l'armistizio a porvi fine.
Rientrato in Belgio, mio padre si preoccupò prima di tutto di proseguire l'Histoire de Belgique, e l'Histoire de l'Europe sonnecchiò. E tuttavia, Les villes du Moyen Âge, La civilisation occidentale au Moyen Âge, e l'ultima opera di cui mio padre terminò la prima stesura qualche mese prima della sua morte, Mahomet et Charlemagne, non sono che sviluppi parziali dell'Histoire de l'Europe.
Molte volte abbiamo parlato di questo lavoro che, a mio avviso, considero la più magistrale di tutte le sue opere! Era sua intenzione terminarla, un giorno. Mio padre mi ha incaricato di pubblicarlo se la vita non gliene avesse lasciato il tempo. Consegnandolo oggi al pubblico, obbedisco a un dovere di devozione.
E tuttavia, leggendo l'Histoire de l'Europe, non bisogna perdere di vista che l'autore non è riuscito a darle la sua forma definitiva. Essa appare tale e quale a come è uscita dalla sua penna, senza essere stata neanche riletta, talvolta un po' solo abbozzata come stile, ma tanto più avvincente per il vigore e l'arditezza del pensiero a cui nessuna ricerca di forma è ancora venuta a togliere freschezza. Mio padre ha scritto per sé l'Histoire de l'Europe. Quella che avrebbe consegnato al pubblico, se la vita glielo avesse consentito, avrebbe comportato senza dubbio una più ampia illustrazione dei fatti, dei riferimenti, delle citazioni: il suo stile sarebbe stato più controllato. Ma non avrebbe potuto essere più ricca di vita, più piena, più traboccante di idee. L'autore vi si è dedicato di persona. Al momento in cui la scrisse, egli aveva già costruito la vasta sintesi di cui i libri che pubblicò dopo la guerra non sono stati altro che lo sviluppo.
L'Histoire de l'Europe è il punto di arrivo di tutte le ricerche fatte da mio padre durante i trentacinque anni di lavoro che aveva dedicato alla storia prima del 1914; è la sintesi di tutte le sue conoscenze, maturate nella meditazione al momento in cui, privato di qualsiasi possibilità di procurarsi dei libri, poteva confrontarle soltanto con il proprio pensiero.
È di questo pensiero, in cui mio padre rivive tutto intero, che mia madre e io abbiamo creduto dover fare dono, nella sua spontaneità, a tutti coloro che, attraverso la storia, cercano la spiegazione profonda delle grandi correnti da cui è nato il nostro tempo.
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JACQUES PIRENNE
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Nota dell'Autore.
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Mi trovo qui, solo con i miei pensieri, e se non riesco a dominarli, si lasceranno dominare dal dolore5 dalla noia e dalle ansie per i miei cari e mi condurranno alla nevrastenia o alla disperazione. Occorre assolutamente che io reagisca. "Alcuni", mi scrive la mia cara moglie, "si lasciano abbattere dalla disgrazia e altri ne vengono temprati. Occorre voler essere fra questi ultimi." Ci proverò per lei e per me.
A Holzminden, gli studenti russi ai quali facevo, improvvisandolo, un corso di storia economica, mi esprimevano il desiderio - e lo vedevo sincero - che pubblicassi quelle lezioni. Perché non tentare di schizzare qui, a grandi linee, quella che potrebbe essere una "Storia d'Europa"? La mancanza di libri non può nuocermi granché, visto che si tratta solo di un abbozzo di massima. Ci avevo già pensato a Iena e buttato giù alcune note. Mi sembra di avervi intravisto certe linee di sviluppo. In tutti i casi, sarà un'occupazione. Non so più pensare che in maniera assai debole, almeno così credo, e la memoria si è certamente affievolita. Ma chissà che lo sforzo non mi sia di qualche giovamento. L'essenziale è ammazzare il tempo e non lasciarsi ammazzare da lui.
Dedico il mio lavoro alla memoria del mio adorato Pierre, alla mia cara moglie e ai miei cari figli.
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HENRI PIRENNE. Creuzburg a.d. Werra, Gasthof zum Stern. 31 gennaio 1917.
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1.

LIBRO PRIMO LA FINE DEL MONDO ROMANO IN OCCIDENTE (Fino all'invasione musulmana).

CAPITOLO PRIMO I regni barbari nell'impero Romano.

1. L'occupazione dell'impero.

Sarebbe un grave errore pensare che i Germani che nel quinto secolo si insediano stabilmente nell'Impero abbiano i tratti dei loro compatrioti del tempo di Tacito. I contatti con Roma avevano insegnato loro molte cose. L'Impero, sembrandogli meno temibile, dopo averne attraversato una prima volta le frontiere, gli diventava anche più familiare. Poiché non era più inaccessibile, ci si abituarono. E l'impero, a sua volta, non potendo più mantenere la propria superbia nei loro confronti, si dimostrava più accomodante. Nel 358, Giuliano aveva consentito ai Franchi di stabilirsi in Tassandria in cambio del servizio militare. Quanti influssi romani, attraverso questi Franchi, dovettero passare dall'altra parte del Reno! All'estremità opposta dell'impero, sulle sponde del Danubio, l'avvicinamento è ancora maggiore. Il Goto Ulfila ha portato il cristianesimo da Bisanzio e l'ha diffuso tra i suoi conterranei. Per la verità, si tratta del cristianesimo degli Ariani che dominavano allora in Oriente. Ma solo più tardi se ne vedranno le conseguenze. L'essenziale è che, ancor prima di fare ingresso nel mondo romano, il più potente dei popoli germanici, i Goti, abbia abbandonato l'antico paganesimo e abbia cessato, così, di proteggere la propria originalità nazionale.
L'Impero stesso brulicava di barbari, venuti a prestare servizio nelle legioni, ai quali la fortuna aveva arriso. Barbaro è Stilicone, barbaro è Ezio, i due ultimi grandi guerrieri dell'Occidente Antico. E si immagini quanti dovevano essere i compatrioti introdotti, grazie alla protezione di tali uomini, nell'amministrazione civile e in quella militare. Anche a Roma o alla corte imperiale si incontravano figli di re nordici, che venivano per educarsi alla lingua e alla civiltà latine. L'adattamento avveniva dunque in maniera impercettibile. Ci si conosceva meglio. Il pericolo era sempre presente, ma meno incalzante.
L'invasione degli Unni in Europa (372) gli restituì bruscamente tutta la sua gravità. I Goti, che si erano stabiliti su entrambe le rive del Dniestr, gli Ostrogoti, come indica il nome, a est del fiume, i Visigoti a ovest, non tentarono di opporre resistenza a questi cavalieri mongoli, il cui solo aspetto li terrorizzava. Davanti a loro, gli Ostrogoti si ritirarono disordinatamente: i Visigoti, spinti da quella ritirata, si trovarono rigettati sulla frontiera del Danubio. Chiesero di poter passare. L'evento era stato così repentino da rendere impossibile adottare alcun provvedimento. Niente era stato previsto. Lo stesso terrore dei Visigoti dimostrava che non avrebbero esitato a ricorrere alla forza, se la richiesta fosse stata rifiutata. Fu consentito loro il passaggio, ed essi transitarono per giorni e giorni sotto gli occhi stupiti delle postazioni romane: uomini, donne, bambini, bestiame, su zattere, canotti, chi aggrappato a tavole, chi a otri gonfiati o a barili. Era tutto un popolo che migrava, guidato dal suo re.
Ma proprio in questo stava il pericolo. Cosa fare di questi nuovi venuti? Era impossibile disperderli per le province. Ci si trovava di fronte un' intera nazione che aveva abbandonato il proprio territorio per occupare una nuova patria. Questa patria bisognava dunque creargliela nell'Impero, ammettere a vivere sotto la sovranità romana un popolo che avrebbe conservato le proprie istituzioni e il proprio re. Era la prima volta che si presentava un problema del genere. Si cercò di sottrarsene ricorrendo a una sottigliezza. Il re dei Visigoti fu riconosciuto come generale romano, cosicché, senza cessare d'essere il capo nazionale del suo popolo, entrava a far parte dell'amministrazione imperiale, soluzione bizzarra ed equivoca di uno stato di cose che non lo era meno.
La prima conseguenza di ciò fu che la rivolta dei Visigoti, scoppiata poco dopo (378)6, assunse un carattere assai sconcertante. Era, in realtà, la sollevazione di un popolo straniero che, in seno all'impero, esigeva terre e un insediamento fisso. Ma la si poteva considerare anche come un ammutinamento militare, e ciò permetteva di negoziare. Per evitare il saccheggio della Tracia, l'imperatore Arcadio, che regnava in Oriente, incaricò i Visigoti di occupare l'Illiria, che - sosteneva - suo fratello Onorio, imperatore di Occidente occupava in dispregio ai suoi diritti. I rivoltosi non chiedevano di meglio che di approfittare di quest'"ordine". Occuparono coscienziosamente l'Illiria. Ma questa aspra contrada non rispondeva ai loro desideri. L'Italia era vicinissima. Si misero in cammino per raggiungerla, risalendo le coste dell'Adriatico. Il pericolo germanico, che fino a quel momento aveva minacciato contemporaneamente le due metà dell'impero, voltò decisamente le spalle all'Oriente per concentrarsi sull'Occidente. Il mondo greco non sarebbe mai più stato in contatto con i Germani7.
Per salvare l'Italia minacciata, l'Occidente riunì tutte le energie in uno sforzo supremo. Stilicone chiamò dalla Gallia, dal Norico, dalla Rezia le legioni che difendevano il passaggio del Reno e del Danubio. Sconfisse i barbari in due grandi battaglie, a Pallanza e a Verona, e li risospinse nel Friuli. Gli adulatori non mancarono di paragonarlo a Mario. Un poema in suo onore, giunto fino a noi, stupisce tristemente per l'entusiasmo che testimonia ancora nei confronti della grandezza romana e per la certezza dell'immortalità dell'impero.
Ahimè! L'Impero era perduto. Le sue finanze esauste non gli consentivano più di mantenere alle frontiere forti armate in grado di contenere ovunque la spinta dei Germani ricacciati da Attila, le cui orde continuavano ad avanzare trionfanti verso Ovest, travolgendo i popoli al loro passaggio. Stilicone aveva potuto salvare l'Italia solo lasciando senza difesa tutte le province situate a nord delle Alpi. Il risultato non si sarebbe fatto attendere.
I Vandali attraversano il Reno insieme a orde di Suebi (Svevi) che scendono saccheggiando, attraverso la Gallia, superano i Pirenei e si fermano soltanto sulle coste del Mediterraneo, dove si insediano nella Spagna meridionale e sulle coste d'Africa. I Burgundi seguono il corso del Rodano e si distribuiscono lungo il suo bacino fino al golfo del Leone. Meno avventurosi, gli Alemanni si contentano di colonizzare l'Alsazia, i Franchi Ripuari la regione da Colonia fino alla Mosa e i Franchi Sali le pianure dell'Escaut e della Lys.
Contemporaneamente, una seconda ondata si abbatte sull'Italia. Alcune orde di Germani provenienti dal Norico e dalla Rezia attraversano le Alpi al comando di Radagasio, devastano l'Italia Cisalpina e marciano verso Roma chiedendo terre. Ancora una volta Stilicone sbarra il passo all'orda. Gli invasori vengono fatti a pezzi e massacrati sotto le mura di Firenze (405). Poi, lo stesso vincitore muore assassinato (408). Furono i Visigoti ad assumersi il compito di vendicare Stilicone. Con il pretesto di punire i suoi assassini, riprendono la via di Roma. L'armata di Stilicone esisteva ancora; ma da vera armata di mercenari, si guardava bene dall'opporsi ai vendicatori del suo capo. Non ci fu resistenza. Onorio si rinchiuse a Ravenna, mentre Alarico entrava a Roma. Era la prima volta, dall'invasione dei Galli, nel 380 a. C., che dei barbari varcavano le porte della Città Eterna. Da barbari quali erano, si accontentarono di arraffare gli ornamenti d'oro e di metallo prezioso che vedevano luccicare sul foro romano e sui frontoni dei monumenti pubblici. Non volevano male alla città, e non maltrattarono la popolazione. Quello che cercavano erano terre; sempre più affascinati dal paese, man mano che scendevano verso sud, proseguirono l'avanzata attraverso gli incanti della Campania. Alarico voleva condurli in Sicilia, ma morì all'improvviso non lontano da Cosenza (410). I suoi compagni gli fecero dei funerali epici. La tomba del guerriero venne scavata nel letto del Busento, le cui acque furono dirottate dal loro corso. Poi le acque furono fatte rifluire sulla sua ultima dimora e gli schiavi che eseguirono i lavori vennero affogati, al fine di conservare per sempre segreto il luogo di una sepoltura che rimane ancora inviolata.
I Visigoti riconobbero come successore di Alarico suo fratello Ataulfo. Ci si può fare un'idea dei progressi della romanizzazione presso i barbari dal suo desiderio appassionato di entrare nella famiglia imperiale. Per sbarazzarsi di lui, Onorio si rassegnò a dargli in sposa la sorella Galla Placidia. Le nozze furono celebrate in pompa magna, con l'accompagnamento obbligato di epitalami che invitavano Venere e Amore a colmare di doni i novelli sposi. Ataulfo cercava in maniera evidente di farsi perdonare la propria origine, tanto dalla moglie quanto dai Romani. Non chiedeva altro, diceva, che mettere le forze dei suoi barbari al servizio dell'Impero. Ricevette l'incarico di impiegarli per ricacciare i Vandali che infestavano ancora il sud della Gallia. Li portò in Aquitania dove trovarono fissa dimora, così come nel nord della Spagna.
Ma l'impero avrebbe resistito ai Germani? Oppure, Germani e Romani stavano per condividere la stessa sorte e cadere sotto il giogo tartaro? Il pericolo giallo minacciava per la prima volta tutta l'Europa. Attila continuava ad avanzare, asservendo, al suo passaggio, o ricacciando davanti a sé, le popolazioni germaniche. Già oltrepassava il Reno e le sue orde si dirigevano verso sud-ovest, invadendo il nord della Gallia. È qui, vicino a Chalons-sur-Marne che l'ultimo guerriero dell'Antichità, Ezio, venne a offrirgli la battaglia decisiva. Franchi, Burgundi, Visigoti gli avevano inviato rinforzi e l'armata che comandava era veramente l'immagine di quell'impero che, sommerso dai Germani, non accettava tuttavia di scomparire. Prima di morire, Ezio rese ancora al mondo il servigio supremo di respingere l'invasione degli Unni. La tattica superiore che doveva alla civiltà per la quale combatteva la salvò dall'invasione dei barbari. Dopo due giorni di lotta, Attila tolse gli accampamenti e riprese la via della Germania. Questa ritirata non era ancora una rotta, e l'anno successivo il "Flagello di Dio" devastò l'Alta Italia. Ma si ritirò ancora, e nell'anno 453 morì improvvisamente nel bel mezzo di un'orgia.
L'Impero di questo predecessore di Gengis-Khan crollerà rapidamente come, otto secoli più tardi, sarebbe accaduto a quello del suo emulo, senza lasciare al mondo altro segno del suo passaggio se non rovine e una lunga memoria di terrore nelle tradizioni popolari.
Ezio, il vincitore, fu assassinato per ordine dell'imperatore Valentiniano terzo. Con lui scomparve, dice un cronista dell'epoca, la "salvezza dello Stato occidentale". Nel 455 Roma fu presa e saccheggiata dai Vandali; il nobile Maiorano non riuscì a vendicare questa ingiuria. Ma il potere passava sempre più nelle mani di capi germanici: Ricimero, Oreste, Odoacre si posero l'uno dopo l'altro alla testa dei soldati e degli avventurieri germanici che, dopo la catastrofe degli Unni, affluivano in Italia, avidi di terre.
Gli ultimi imperatori vengono deposti; l'ultimo, Romolo Augustolo, figlio di Oreste, è confinato in Campania e il barbaro Odoacre, non osando darsi il nome d'imperatore, si fa attribuire il solo titolo di cui i Germani dispongono, quello di re.
È nel mezzo di questo deplorevole disordine che dalle Alpi scende un altro re, seguito da tutto un popolo. Teodorico. Gli Ostrogoti che lo accompagnano, dopo essere stati risospinti da Attila dal Dniestr verso l'Alto Danubio, e poi da lui sottomessi, hanno approfittato dunque della liberazione per reclamare la loro parte d'Italia. Fra questo popolo e la congerie disorganizzata che riconosce Odoacre, la fortuna non rimane a lungo incerta. L'avventuriero erulo, vinto in aperta campagna (488), si rifugia a Ravenna. Non riuscendo a porre fine all'assedio, Teodorico gli dà la propria parola d'onore e lo invita a un colloquio, uccidendolo poi di propria mano (493). Ormai l'Italia gli appartiene. È l'ultima ondata di invasioni. Tutto l'impero, in Occidente, ne è ora inghiottito. Una miriade di regni eterogenei copre tutte le sue province: regni anglosassoni in Bretagna, regno franco al nord della Gallia, regno burgundo in Provenza, regno visigoto in Aquitania e in Spagna, regno vandalo in Africa e nelle isole del Mediterraneo, e da ultimo, regno ostrogoto in Italia. A dire il vero, questo Impero dal territorio pur così smembrato, non ha minimamente ceduto il proprio suolo agli invasori. In linea di diritto, essi sono soltanto degli occupanti e il loro titolo regale non conta che per i popoli che hanno condotto con sé. Ciò è talmente vero, che anche se ognuno di loro regna su una popolazione dove i Romani sono più numerosi dei Germani, non gli si dà il titolo di re della Gallia, o re d'Italia, bensì quello di re dei Franchi, re degli Ostrogoti, e così via. Ma che importa? L'imperatore non c'è più. E l'impero scompare, si può dire, in virtù di quella massima del diritto romano secondo cui "in materia di possesso, occupazione vale titolo".


2. I nuovi Stati.

Se si confronta una carta dell'impero Romano d'Occidente con una carta linguistica dell'Europa moderna, si nota che l'ambito delle lingue germaniche è aumentato assai poco, in quell'impero che tuttavia era completamente nelle mani dei Germani. Solo cinque province di frontiera, in tutto o in parte, hanno adottato la lingua germanica, senza contare la Bretagna insulare: l'alto Belgio, dove si parla fiammingo, le due Germanie (provincia renana e Alsazia), la Rezia e il Norico (Svizzera, Basilea, Württemberg, Baviera meridionale, Austria), dove si parla il tedesco. Altrove, il latino si è conservato fino ai nostri giorni secondo la forma che ha assunto nelle diverse lingue romanze: francese, provenzale, spagnolo, portoghese, romancio, italiano. Solo sull'estrema frontiera dell'impero i Germani sono passati in massa e hanno assorbito la popolazione latinizzata, che del resto, in quei territori così minacciati, doveva essersi particolarmente rarefatta. Altrove ancora, è accaduto il fenomeno opposto. I Germani che sono penetrati più profondamente nell'impero, trovandosi in minoranza, sono stati assorbiti dalle popolazioni locali. In capo a due o tre generazioni la loro lingua è scomparsa. Gli incroci per matrimonio hanno fatto il resto. Le parole francesi o provenzali d'origine germanica non sono più di 500. Invano cercheremmo oggi, fra le popolazioni della Provenza, della Spagna e dell'Italia, i capelli biondi e gli occhi azzurri degli invasori del quinto secolo (e se ne troviamo, non saranno forse dei Galli?). Costumi e abitudini non hanno resistito di più. I documenti che ci sono rimasti del diritto visigoto, ad esempio, ce lo presentano completamente romanizzato fin dal sesto secolo. A guardare le cose come sono, ciò dimostra quanto la germanizzazione dell'impero in generale sia stata superficiale. Non è esatto, quindi, dire che il mondo romano si è germanizzato. Si è barbarizzato, il che non è la stessa cosa.
A eccezione degli Anglosassoni della Bretagna, i popoli germanici non hanno trasferito all'Impero le loro istituzioni politiche. E l'eccezione conferma la regola: in Bretagna, infatti, le popolazioni locali si ritirarono davanti agli invasori e questi, trovandosi soli, continuarono naturalmente a governarsi come avevano fatto nella loro antica patria. Ovunque, altrove, la popolazione romana non solo rimase sul posto, ma lo fece pressappoco alle stesse condizioni di esistenza precedenti alla conquista. Naturalmente, numerosi furono i saccheggi, i massacri, le violenze individuali; ma non vi fu spoliazione sistematica, e, meno ancora, asservimento. La resistenza nazionale delle popolazioni locali non fu maggiore (salvo onorevoli eccezioni in Gallia e in Bretagna) dell'ostilità manifestata dai Germani nei loro confronti. Un po' di disprezzo, forse, e un po' di rispetto. Del resto non si sapeva bene se i Germani non fossero per caso soldati dell'impero.
E poi i Germani, come i Romani, erano cristiani.
E se è vero che penetravano nell'impero da vincitori, nondimeno si sottomettevano alla Chiesa che, sotto la propria autorità, non faceva distinzione tra Germani e Romani.
Il cristianesimo che professavano fu certo una delle cause fondamentali del loro avvicinamento immediato alle popolazioni dei paesi conquistati, e sembra certo che, se i barbari abbandonarono con tanta facilità gli idiomi nazionali, la ragione è che la lingua della Chiesa era il latino.
I Germani, del resto, non cercarono di sovrapporsi ai Romani; gli si affiancarono. Nel sud della Gallia, i Visigoti si stabilirono in base ai princìpi applicati per l'alloggiamento delle armate romane (la tertici), secondo cui un terzo dell'abitazione del residente doveva essere messa a disposizione del soldato. Questa misura venne estesa alle terre, dato che l'occupazione era ormai permanente, e venne attuata pacificamente una sorta di espropriazione, di cui però sappiamo ben poco. Nella Gallia del nord, i nuovi venuti furono sistemati sulle proprietà del fisco o su terre non occupate. Quanto alla condizione giuridica delle persone, da entrambe le parti rimase quella che era. Germani e Romani continuarono a vivere conformemente al rispettivo diritto nazionale, conservando ciascuno i propri costumi particolari in materia di proprietà, di famiglia, di eredità. La "personalità" del diritto si sostituì alla "territorialità" che, data la fusione totale dei due popoli, riapparve soltanto nel corso del nono secolo.
L'intreccio di queste due nazionalità distinte ma uguali escludeva, evidentemente, la possibilità di applicare alla più numerosa e civilizzata le istituzioni politiche dell'altra. Inoltre, queste istituzioni, applicabili alla vita barbara, non lo furono più nel nuovo stato di cose di cui i Germani erano appena entrati a far parte, e quindi decaddero spontaneamente senza che alcuno pensasse a rimetterle in vigore.
Niente meglio di uno sguardo alla situazione della monarchia può mostrare la trasformazione che si opera a questo riguardo, nel corso del quinto e sesto secolo.
I Germani, come si sa, avevano un re, il cui potere era completamente subordinato all'Assemblea del Popolo, che glielo affidava eleggendolo. Dopo la conquista, tutto ciò scompare. Messo ormai in una posizione senza pari dalla potenza che quell'Assemblea gli ha conferito, il re possiede, di fatto, una autorità assoluta. Nello Stato non c'è più che un potere, il suo; l'organizzazione statale si riduce al semplice esercizio di un governo personale. Della propria origine primitiva, il re non conserva niente. In realtà non assomiglia più ai suoi antenati germanici, ma all'imperatore romano. Quanto meno, ne possiede l'irresponsabilità e l'autocrazia.
Gli piace farsi passare per suo luogotenente. Se ai sudditi germanici appare come un re nazionale, per i Romani non è altro che un generale dell'impero e i titoli di cui si fregia o che reclama dall'imperatore permettono a quest'ultimo di considerarlo il rappresentante dell'autorità imperiale.
Insediato a Ravenna, dopo lo stanziamento dei Goti nell'Italia del nord, Teodorico prosegue la tradizione romana e viene riconosciuto dalla popolazione e dalla Chiesa come il rappresentante della legalità. Lo stesso Genserico, dopo la conquista dell'Africa - la provincia più ricca e prosperosa dell'Occidente - alla testa dei Vandali e malgrado la rottura con Roma, appare come un re romanizzato, il cui assolutismo si esprime nella repressione sanguinosa delle velleità d'indipendenza dell'aristocrazia germanica e nell'ambito delle istituzioni romane. La corte dei Visigoti, dapprima a Tolosa, poi a Toledo, è anch'essa completamente romana. La popolazione delle vecchie province conquistate, mantiene le proprie istituzioni, i propri funzionari romani che vengono assunti dal nuovo potere, i propri giudici, e rimane soggetta alle imposte. L'armata germanica, che si è stabilita fra la popolazione conquistata secondo il principio dell'"ospitalità", dopo meno di un secolo si è amalgamata al punto da aver perduto tutte le sue antiche istituzioni nazionali, la lingua e perfino l'organizzazione militare.
L'effimero regno burgundo, che, dopo il 534, sarebbe stato assimilato alla Francia dei Merovingi, realizzò immediatamente l'unione tra vincitori e vinti sotto l'assolutismo di un re barbaro pieno di deferenza per l'impero romano, alle cui istituzioni municipali faceva appello, rispettandole, a Lione come a Vienna.
Solo i Franchi avrebbero conservato nella Gallia del nord costumi, lingua e istituzioni proprie. Ma, lontani dalla capitale dei loro re improvvisamente padroni di un immenso regno gallo-romano, prima dell'epoca carolingia non avrebbero avuto alcuna influenza sui destini della Francia. Di tutti i sovrani barbari i più lontani dalla concezione romana del potere sono quelli franchi. Considerano il regno come un loro possesso patrimoniale e applicano alla successione al trono i princìpi che, secondo la legge salica, regolano la successione dei beni immobili: alla morte del re, i figli si dividono il regno in parti uguali. Si coglie qui un'idea grossolana della monarchia dispotica, che si allontana completamente tanto dalle consuetudini germaniche quanto dall'assolutismo imperiale. Il re, quindi, al pari dell'imperatore, è il capo militare supremo, il sovrano giustiziere del regno, colui al quale spetta farvi regnare la pace.
D'altra parte, i re franchi si sarebbero romanizzati rapidamente. In realtà, fin dal momento del loro insediamento nell'impero, presero, nei confronti della Germania, un atteggiamento marcatamente difensivo, che gli fece dimenticare quel popolo accampato sull'estrema frontiera del nord, al punto di consentirgli di conservare, fino al settimo secolo avanzato, la sua religione pagana. L'antica amministrazione imperiale, che ritrovarono in Gallia, avrebbe imposto loro la concezione romana.
Il re franco, per amministrare i propri beni e i propri domini, si serve, è vero, del personale di corte. Questa si compone di dignitari le cui denominazioni indicano la discendenza da antichi schiavi, come accadeva per tutti i nobili d'origine germanica: il maresciallo (lo schiavo dei cavalli), il siniscalco (lo schiavo anziano), il coppiere (lo schiavo della cantina), il maggiordomo (il capo della servitù). Ma questi servitori che svolgevano mansioni domestiche, parteciparono alla fortuna del padrone, e, in modo del tutto naturale, dal momento che ciò che era regio era pubblico, divennero i suoi ministri. Accanto a loro, un funzionario di stampo romano, il referendario, messo a capo degli scribi, preso dalla burocrazia imperiale, stilava i precetti o diplomi regali.
Se l'amministrazione del paese decade perché è lontana da Roma, vale a dire dal governo centrale, da cui dipendevano tutti gli ingranaggi, bene o male si regge.
Il re affida il governo delle province, che quasi ovunque coincidono con le antiche "città" romane, a conti (comites), duchi (duces), prefetti (praefecti) retribuiti, in prevalenza gallo-romani, ma si tratta, in generale, dei favoriti del re, talvolta della più bassa estrazione. Su di loro non viene esercitata alcuna sorveglianza, alcun controllo. Basta che forniscano annualmente somme di denaro al tesoro; per il resto, possono tranquillamente sfruttare il popolo, e non perdono certo l'occasione di farlo. Bisogna aver letto Gregorio di Tours per farsi un'idea della brutalità e della crudeltà dei conti merovingi, il cui dispotismo e la cui mancanza di moralità trovavano del resto giustificazione nell'esempio della corte.
Forse non si è mai visto spettacolo più desolante di quello che offrì il mondo durante i due secoli che seguirono l'invasione germanica. Venuti troppo all'improvviso a contatto con la civiltà, i barbari, nella fretta di goderne, ne hanno preso i vizi e i Romani, non più tenuti a freno dalla mano dello Stato, hanno imparato la brutalità dei barbari. È uno scatenarsi generale delle passioni più grossolane e degli appetiti più bassi, con le perfidie e le crudeltà che necessariamente ne conseguono.
Ma per quanto decadente, per quanto barbarizzata, l'amministrazione resta tuttavia romana. Solo al nord troveremo ufficiali regi dai nomi germanici: grafio, tunginus, o rachimburgi.
Le finanze, anche quelle, restano romane. Il patrimonio privato del re è nettamente separato dall'erario. Il sistema monetario e fiscale è sempre alla base della potenza regia. Ovunque viene mantenuto in uso il soldo d'oro. Anzi, si continua a battere moneta d'oro. Lo Stato, è vero, non sa più gestirla, né garantirne il titolo. Il re franco ne consente addirittura la fabbricazione a privati, senza preoccuparsi dell'alterazione del conio, che ne è l'inevitabile conseguenza.
Così, tutti i regni barbari che si spartiscono l'impero d'Occidente presentano una serie di tratti comuni che fanno di loro non Stati barbari, ma regni romani barbarizzati. Tutti hanno abbandonato la propria lingua nazionale e i propri culti pagani. Una volta diventati cristiani, sono per ciò stesso diventati sudditi fedeli della Chiesa, che trasuda civiltà romana. Ma, come l'impero, questi regni sono sostanzialmente laici. I vescovi, in teoria nominati dal clero, di fatto sono designati dal re; la loro influenza, per quanto grande, rimane limitata all'ambito religioso; prima dell'avvento dei Carolingi, nessun vescovo ricopre funzioni pubbliche. Anche il re, del resto, detiene il potere per virtù propria, senza alcun intervento da parte della Chiesa. Come l'imperatore, egli è sovrano assoluto, libero da qualsiasi tutela popolare, poiché, se è vero che le armate germaniche si sono talvolta riunite in conventus, niente tuttavia ricorda l'antica Assemblea del popolo.
Infine, i nuovi Stati - e questo rappresenta un punto fondamentale - conservano un'organizzazione fiscale e un tesoro considerevole. Il fisco possiede risorse immense: la proprietà imperiale, con le sue ville, foreste, miniere, porti e strade, con il suo tesoro in oro liquido, la rendita fiscale che, benché diminuisca di giorno in giorno, rimane ancora per molto tempo cospicua.
L'amministrazione finanziaria, con i suoi uffici e i suoi libri, rimane colta e trova sempre da reclutare - benché con crescente difficoltà - laici istruiti secondo i criteri romani.
Le disponibilità finanziarie dei re barbari, fino alla decadenza merovingia furono molto considerevoli, più di quanto lo saranno quelle di qualsiasi Stato occidentale fino alla fine del tredicesimo secolo.
Questi regni sono romani non soltanto perché la civiltà romana ha dato loro strutture nelle quali e grazie alle quali hanno potuto formarsi, ma anche perché vogliono essere romani. Il re parla del suo palatium, del suo fiscus, dà ai funzionari titoli presi alla gerarchia costantiniana, vuole che la cancelleria imiti il formulario e lo stile degli editti imperiali. In Italia, Teodorico prende Cassiodoro come primo ministro, protegge a lungo Boezio, rimette in funzione gli acquedotti nella campagna romana, organizza giochi nel circo e a Ravenna fa costruire, in puro stile bizantino, Sant'Apollinare e San Vitale. I re vandali, i re visigoti lo imitano come meglio possono, e non c'è chi non si vanti, compresi i figli di Clodoveo, di proteggere il povero poeta Venanzio Fortunato, venuto a corte per cercare la buona sorte.
Sussiste, d'altra parte, una classe colta, formata da giuristi romani che codificano, per conto dei sovrani barbari, le leggi germaniche e romane dei loro sudditi. Certo, il livello delle scuole laiche decade molto e, ad eccezione dell'Italia, non sono poche quelle che vegetano e che in parte vengono compensate dalle scuole religiose, create accanto alle chiese e, ben presto, nei monasteri.
Comunque, per quanto grave sia la decadenza della cultura e dell'istruzione sotto i sovrani merovingi, questi dispongono sempre di funzionari letterati.
Il mondo civilizzato, quale si presenta dopo le invasioni, non offre dunque lo spettacolo della giovinezza, bensì quello della decadenza della civiltà imperiale e Gregorio di Tours, che l'ha vissuta e se ne è spaventato, ha malinconicamente riassunto la sua impressione con queste parole piene di scoraggiamento: Mundus senescit, il mondo invecchia.



CAPITOLO SECONDO Giustiniano. I Longobardi.

1. Giustiniano

Evitato il pericolo visigoto, le province orientali dell'Impero non avevano più niente da temere dai Germani. Attila, respingendoli verso Occidente, almeno per il momento, li aveva ricacciati lontano dalle sue frontiere. Sono altri barbari, gli Slavi, che fin dal sesto secolo incominciano a fare la loro comparsa sulla riva sinistra del Danubio. Molto più vicini a Costantinopoli di quanto i Germani lo fossero a Roma, essi provano un'attrazione immediata per quella grande città, dove giungono sempre più numerosi a prendere servizio, sia come lavoratori, sia come soldati, e più d'uno arriva a fare fortuna.
L'uso corrente fa datare dal regno di Giustiniano quest'ultimo periodo della storia dell'impero romano che va esattamente sotto il nome di "bizantino". Ma è Costantino che, imitando Diocleziano, la cui residenza era Nicomedia, ha fatto di Bisanzio la capitale del governo imperiale d'Oriente. Da allora, mentre Roma veniva abbandonata dai successori di Teodosio per Milano o Ravenna, Bisanzio, fino al giorno in cui, nel 1453, è caduta nelle mani dei Turchi, non ha mai cessato di essere la residenza degli imperatori, la città degli zar, la Zaragrad dei Russi. Già favorita per l'impareggiabile posizione geografica, il privilegio di ospitare la Corte, e con essa il governo centrale, ben presto ha avuto come risultato di farne la principale città dell'Oriente. Si può addirittura dire che, a partire dalle conquiste musulmane, sarà la sola grande città del mondo cristiano. Mentre, dopo le invasioni, tutti i centri urbani dell'Occidente si spopolano e vanno in rovina, essa conserva una popolazione di parecchie centinaia di migliaia di abitanti, il cui bisogno di alimentazione mette in stato di requisizione tutti i territori lungo le coste del Mar Nero, del Mar Egeo e dell'Adriatico. È Bisanzio ad animare il commercio e la navigazione, e l'attrazione che esercita su tutto l'impero è la più forte garanzia della sua unità. Ad essa l'impero bizantino deve un carattere urbano, se così si può dire, assai più marcato dell'antico Impero romano. Roma, infatti, non faceva che attirare a sé l'esportazione dalle province senza rendere niente in cambio: si limitava al ruolo di consumatore. Bisanzio, al contrario, consuma e produce. Non è solo una residenza, è anche un luogo di commercio di prim'ordine, dove affluiscono i prodotti dall'Europa e dall'Asia, e una città industriale molto attiva.
Per lingua, rimane una città greca, ma è una città greca più che per metà orientalizzata. Le province dell'Asia Minore, incomparabilmente più ricche, prosperose e popolate della Tracia o della Grecia vera e propria, esercitano su di essa un ascendente irresistibile. La Siria, la più attiva fra loro, gode di un'influenza preponderante. L'arte bizantina, in definitiva, non è che una trasformazione dell'arte ellenica attraverso la mediazione dell'arte siriana.
Del pensiero e della scienza dei Greci, sopravvive soltanto quel che ha voluto il cristianesimo, vale a dire non un granché. Giustiniano, si sa, ha fatto chiudere la Scuola d'Atene dove si conservava ancora un'eco affievolita delle filosofie dell'Antichità. Ma i dogmi e i misteri della religione fornivano materia piuttosto abbondante alla passione per la dialettica che, da secoli, caratterizzava il pensiero ellenico. Dalla comparsa del cristianesimo, in Oriente, è tutto un pullulare di eresie, da cui si scatenano lotte che, nelle grandi città, danno luogo a Concili contrapposti e mettono l'uno contro l'altro i tre patriarchi di Bisanzio, di Antiochia e di Alessandria. Tutte, naturalmente, hanno una ripercussione nella capitale e su tutte l'imperatore deve prendere posizione, poiché la concezione antica, che fa di lui il capo della religione e il capo dello Stato, si perpetua a Costantinopoli. Qui, ogni dibattito teologico diventa affare di stato. I partiti si lavorano la corte e cercano di assicurarsi l'appoggio onnipotente del sovrano. Così, l'ortodossia e l'eresia, a seconda che egli scelga l'una o l'altra, sono, di volta in volta, religione di Stato.
Ciò nondimeno, l'impero confinato in Oriente è considerato ed è realmente, l'impero romano. A partire dal nono secolo, l'appellativo di ßas??e?? ??? ’??µa??? è, addirittura il titolo ufficiale dell'imperatore bizantino. Da Diocleziano in poi, il governo è spesso ripartito tra due imperatori, ma questa divisione del potere non ha messo fine all'unità dell'impero.
Parlare, come si usa per facilità di linguaggio, di Impero d'Occidente e di Impero d'Oriente, significa impiegare termini inesatti. In realtà, per quanto amministrativamente separato in parte orientale e parte occidentale, l'impero forma tuttavia un corpo unico. Se il reggente di una delle due metà viene a scomparire, quella metà si trova, per ciò stesso, sotto il potere dell'altro. Ed è proprio quel che accade all'epoca delle invasioni. Poiché l'imperatore d'Occidente è scomparso, l'imperatore d'Oriente è ormai solo al comando del mondo. Come abbiamo visto, egli non ne ha ceduta parte alcuna e il suo diritto al possesso della totalità rimane intatto. Anche dopo la conquista, il ricordo della sua supremazia non è scomparso. I re germanici gli riconoscono su di sé una sorta di primato che stentano ad ammettere, ma che tradiscono con il rispetto che gli testimoniano. Per il papa, egli rimane il sovrano legittimo e la cancelleria pontificia continua a datare le bolle dall'anno del consolato, vale a dire dall'avvento dell'imperatore bizantino. Nella Chiesa, del resto, si mantiene la tradizione della necessità e dell'eternità dell'impero. Tertulliano e sant'Agostino non ne proclamano forse la natura provvidenziale?
C'è infine un'ultima ragione per cui i Romani rimpiangono l'Impero. I loro nuovi padroni, i sovrani germanici, non sono ortodossi. Fatta eccezione per il re dei Franchi, convertito al cattolicesimo da Clodoveo fin dall'inizio della conquista della Gallia, gli altri, Visigoti, Ostrogoti e Vandali, professano l'arianesimo. Per quanto questa eresia - che è stata fortissima nel quarto secolo e ha fatto scorrere fiumi di sangue in Oriente - abbia ceduto da tempo il passo, i Germani la conservano ostinatamente. A dire il vero, non è eccessivamente pericolosa. La chiesa ariana non fa proseliti fra la popolazione romana e anzi, si può supporre che via via che i barbari si assimilano alla popolazione locale, il numero dei suoi adepti sia in continua diminuzione. Ma, rabbiosa proprio per questa impotenza e sicura del favore dei re, si mostra aggressiva e intollerante nei confronti del clero cattolico. Diatriba di preti, se vogliamo, che tuttavia inasprisce e irrita le moltitudini ortodosse. In Italia, il conflitto si è esasperato a tal punto che il papa, disperando di venirne a capo, invoca l'intervento dell'imperatore e Teodorico, con grande scandalo dei fedeli, lo fa imprigionare.
Tutto questo è risaputo, a Bisanzio, insieme al fatto che non è poi così inquietante la forza di questi nuovi regni, dove le dinastie si auto-distruggono con lotte intestine e assassini di famiglia. Presso i Visigoti e presso i Vandali, i vari aspiranti alla corona pregano l'imperatore di venire loro in aiuto. Per quanto riguarda gli Ostrogoti, dopo la morte di Teodorico, Teodato ha fatto assassinare la moglie Amalasunta, figlia del defunto re, per regnare da solo. Persecuzione religiosa, scandali politici, quali migliori pretesti per intervenire!
Giustiniano (527-565) non mancò di approfittarne. Aveva ristabilito la pace nei suoi Stati, riorganizzato le finanze, ricostituito l'armata e la flotta: e li impiegò per ricostituire l'impero romano. Il primo colpo lo inferse ai Vandali. Nel 553, circa 500 navi sbarcarono in Africa 15.000 uomini al comando di Belisario. La campagna fu tanto breve quanto brillante. In pochi mesi il regno era interamente conquistato e il suo re inviato a Bisanzio per il trionfo dell'imperatore. I Visigoti che avevano assistito indifferenti alla rovina dei vicini, subirono ben presto la stessa sorte. Tutta la regione marittima fu occupata e sottomessa senza difficoltà: non ci si preoccupò di perseguire la dinastia, rifugiata sulle montagne. Lo Stato ostrogoto resistette più a lungo. Solo dopo diciotto anni di guerra la sanguinosa sconfitta delle sue ultime truppe sui pendìi del Vesuvio (553) ne decise la sorte.
Il Mediterraneo era diventato di nuovo un lago romano, oppure, se si vuole, diventava un lago bizantino. Ovunque, esarchi e duchi prendevano in mano l'amministrazione delle province riconquistate. Roma faceva di nuovo parte dell'impero e, come ai bei tempi, gli ordini dell'imperatore venivano trasmessi fino alle Colonne d'Ercole.
Poteva sembrare che la civiltà bizantina, dopo aver reso così brillanti servigi, stesse diventando una civiltà europea e che Costantinopoli, dove Giustiniano, a mo' di arco di trionfo, erigeva la basilica di Santa Sofia, fosse destinata ad attirare nella propria orbita l'Occidente intero.


2. I Longobardi.

Ma questi successi erano più brillanti che duraturi. Morendo (565), Giustiniano lasciava l'impero gravato di imposte spaventose e incapace di nuovi sforzi. Ma il compito non era ultimato. Per assicurarsi il dominio sul Mediterraneo, rimaneva da combattere il solo Stato indipendente lambito dalle sue acque, il regno franco. La costa di Provenza, infatti, è stata risparmiata dalle armi di Giustiniano. È una lacuna da colmare per portare a termine l'opera intrapresa e consolidarla. Ma una volta sottomessa la Provenza, è evidente che occorrerà spingersi più lontano, e al fine di assicurarsi la conquista, riprendere la politica di Cesare, annettendosi la Gallia. Allora, di nuovo appoggiato alle Alpi e al Reno, il mondo romano, riunito intorno al Mediterraneo, si troverà, come un tempo, al riparo da qualunque invasione. Ma affrontare i Franchi significa misurarsi con un nemico ben altrimenti temibile rispetto ai precedenti.
Come avrebbe potuto pensare di farlo il successore di Giustiniano, suo nipote Giustino secondo (565-578)? Non solo le sue finanze sono in dissesto, ma nuovi e numerosi nemici si stanno affacciando sul Danubio. A est avanzano, provenienti dalle steppe della Russia da dove hanno respinto gli Slavi sui Carpazi, e verso sud, le orde feroci degli Avari; a ovest, due popoli germanici, i Gepidi e i Longobardi, occupano il corso mediano del fiume. All'altra estremità dell'impero, in Asia Minore, i Persiani premono sulla frontiera, assumono un atteggiamento minaccioso. Lungi dal preparare imprese in terre lontane, ciò che conta è quindi dedicarsi alla difesa. Giustino credette di fare un colpo da maestro aizzando i Longobardi e gli Avari contro i Gepidi. Lo sventurato popolo fu annientato, ma gli Avari ne occuparono immediatamente il territorio e i Longobardi, sentendosi i più deboli, gli fecero largo. Come cento anni prima gli Ostrogoti, si misero in marcia verso l'Italia e invasero la Gallia cisalpina che da allora porta il loro nome (568). Le conquiste longobarde continuarono fino a Rotari (636-653), che conquistò Genova e la costa ligure.
I Bizantini, sorpresi dall'attacco, non tentarono di resistere e si rifugiarono nelle città, che caddero una dopo l'altra. Essi riuscirono a conservare soltanto la costa dell'Istria, la regione di Ravenna, la Pentapoli, la regione di Roma, e quella parte della Penisola che si stende a sud di Spoleto e di Benevento.
L'epilogo delle invasioni germaniche segnato dalla discesa dei Longobardi in Italia ha un'importanza notevole.
I nuovi venuti, frapponendosi tra l'impero bizantino e il regno dei Franchi, resero impossibile il conflitto che sarebbe chiaramente scoppiato fra questi Stati se fossero rimasti a contatto. D'altra parte, il loro passaggio delle Alpi determinerà fino al diciannovesimo secolo le sorti dell'Italia. Da quel momento, infatti, fu in gioco l'unità del paese che aveva fatto quella del mondo. La lotta dei Longobardi e dei Bizantini per ottenerne il possesso, non è che il primo capitolo di questa storia dolorosa, che ce lo mostrerà, nel corso del tempo, invaso, occupato e fatto a pezzi da Tedeschi, Normanni, Spagnoli, Francesi e Austriaci, fino al giorno in cui, scuotendo infine il giogo straniero, realizzerà il desiderio secolare dei suoi patrioti e compirà il suo risorgimento8. La questione italiana, che si è posta in tutte le epoche della storia dell'Europa sotto forme diverse, si apre dunque con l'invasione longobarda. Al momento in cui ci troviamo, la soluzione che il successo degli invasori le ha offerto può ancora sembrare assai precaria. Bisanzio si è tirata indietro, ma non ha rinunciato alla lotta e può sperare in una nuova offensiva. Nonostante tutto, la sua posizione in Occidente, dove possiede buona parte dell'Italia, la Sicilia, l'Africa e le coste della Spagna, le permette di contare sul futuro. Ma un nuovo sconvolgimento, il più profondo e il più improvviso che mai abbia subito l'Europa, avrebbe deciso diversamente.



CAPITOLO TERZO L'invasione musulmana.

1. L'invasione.

Non esiste, nella storia del mondo, un fatto paragonabile, per l'universalità e l'immediatezza delle sue conseguenze, all'espansione dell'Islam, nel settimo secolo.
La rapidità fulminea della sua diffusione non è meno sorprendente dell'immensità delle sue conquiste. Dalla morte di Maometto (632), gli sono occorsi solo settant'anni per propagarsi dal Mar della Cina all'Oceano Atlantico. Niente gli resiste. Al primo urto, rovescia l'impero persiano (637-644), poi attacca e toglie una a una all'Impero bizantino tutte le sue province: Siria (634-636), Egitto (640-642), Africa (698), Spagna (711). I Visigoti avevano ripreso la Spagna ai Bizantini. Il loro ultimo re, Roderico, scompare nella battaglia di Cadice (711).
L'avanzata dell'invasione finirà solo all'inizio dell'ottavo secolo, quando il grande movimento con cui l'Islam minaccia l'Europa contemporaneamente da entrambi i lati, verrà respinto sotto le mura di Costantinopoli (717) e di fronte ai soldati di Carlo Martello, sulla pianura di Poitiers (732). Allora si ferma. Il suo primo impeto d'espansione si è esaurito, ma è bastato a cambiare la faccia della terra. Ovunque è passato, i vecchi Stati che affondavano le radici nel più profondo dei secoli sono stati divelti come da un ciclone; l'ordine tradizionale della storia è sconvolto. È la fine di quel vecchio Impero persiano, erede dell'Assiria e di Babilonia; di quelle regioni ellenizzate dell'Asia che hanno costituito l'impero di Alessandro Magno e da allora hanno continuato a gravitare nell'orbita dell'Europa; di quell'antico Egitto il cui passato viveva ancora sotto lo strato della civiltà greca che lo ricopriva dai tempi dei Tolomei; di quelle province africane conquistate un tempo da Roma contro Cartagine. Tutto questo è ormai sottomesso all'obbedienza religiosa e politica del despota più forte che sia mai esistito, il califfo di Bagdad.
E tutto questo è opera di un popolo di nomadi, rimasto fino allora pressoché sconosciuto nei deserti pietrosi, disprezzato da tutti i conquistatori, che contava un numero di abitanti infinitamente inferiore alla Germania. Ma recentemente questo popolo è stato convertito da un profeta uscito dal suo seno. Ha appena infranto i vecchi idoli per passare improvvisamente al monoteismo più puro che esista, e dei doveri verso Dio, ha una concezione di una semplicità sconvolgente: obbedire ad Allah e costringere gli infedeli a obbedirgli. La guerra santa diventa per lui un obbligo morale che contiene in sé la sua ricompensa. I guerrieri caduti in battaglia godranno delle beatitudini del paradiso. Per gli altri, il bottino dei ricchi sensali che da ogni parte circondano la povera Arabia, sarà il premio legittimo dell'apostolato militare. Non si può dubitare che il fanatismo, o se si preferisce, l'entusiasmo religioso, sia stato la molla che ha lanciato i Musulmani alla conquista del mondo. Fra le invasioni di questi settari, che si mettono in moto invocando Allah e quelle dei Germani, che abbandonano il loro territorio solo per acquisire terre più fertili, il contrasto morale è evidente. È certo tuttavia che l'organizzazione sociale degli Arabi, li rendeva perfettamente adeguati al loro ruolo. Nomadi e poveri, erano assolutamente pronti a obbedire all'ordine di Dio. Gli bastava sellare i cavalli e lanciarsi all'attacco. Non sono, come i Germani, emigranti che si trascinano dietro donne, bambini, schiavi e bestiame; sono cavalieri abituati dall'infanzia a fare razzie di mandrie, ai quali Allah impone il dovere di lanciarsi in suo nome a fare razzia dell'Universo.
Occorre però riconoscere che la debolezza degli avversari ha enormemente facilitato il loro compito. Né l'impero bizantino, né quello persiano, sorpresi entrambi dall'attacco imprevisto, erano in grado di resistergli. Dopo Giustino secondo, il governo di Costantinopoli si era andato sempre più indebolendo e, dalla Siria alla Spagna, non c'era luogo dove gli invasori trovassero armate da combattere. La loro foga incontrò davanti a sé soltanto smarrimento. Delle conquiste di Giustiniano, dopo il 698, non rimaneva che l'Italia. Al cristianesimo, che aveva regnato su tutte le coste del Mediterraneo, rimanevano soltanto quelle del nord. Per i tre quarti della loro estensione, le rive di questo mare, fino a quel momento centro comune della civiltà europea, appartenevano all'Islam.
E gli appartenevano non solo per occupazione, ma anche per assorbimento religioso e politico. Gli Arabi non hanno, come i Germani, rispettato lo stato di cose che hanno trovato presso i vinti. Non poteva essere altrimenti. Infatti, mentre i Germani, abbandonando la propria religione per il cristianesimo fraternizzarono immediatamente con i Romani, i Musulmani si presentavano come propagatori di una fede nuova, esclusiva, intollerante alla quale tutto doveva cedere. Ovunque dominarono, la religione fu la base della società politica, o, per meglio dire, organizzazione religiosa e organizzazione pubblica, per loro, sono la stessa cosa; la Chiesa e lo Stato formano una sola e identica unità. Gli infedeli non possono continuare a praticare il loro culto se non in qualità di semplici sudditi, privati di ogni diritto. Tutto venne modificato da capo a fondo, conformemente ai princìpi del Corano. Dell'amministrazione globale - giustizia, finanze, esercito - non rimase niente. Kadi ed emiri sostituirono gli esarchi locali. Il diritto musulmano si sostituì ovunque al diritto romano e la lingua araba estromise la lingua greca e quella latina, di fronte alle quali da tanto tempo erano scomparsi i vecchi idiomi nazionali delle coste della Siria, dell'Africa e della Spagna.
Di questi due elementi, religione e lingua, è fatto l'apporto arabo nella civiltà musulmana. Quanto al resto, per brillante che sia stata nei primi secoli dell'Islam, tutto sommato, essa è poco originale. I popoli vinti erano assai più civilizzati dei loro conquistatori nomadi che li saccheggiarono a man salva. Tradussero le opere dei loro scienziati e dei loro filosofi, si ispirarono alla loro arte, assimilarono i loro procedimenti agricoli, commerciali e industriali. La vastità e la diversità dei paesi e delle nazioni su cui dominavano li aprirono a una quantità di influenze che si amalgamarono le une alle altre e fecero della civiltà musulmana qualcosa di assai sfumato, ma privo di grande profondità. Tra queste influenze, quella ellenistica fu in competizione con quella persiana. Ma non ci si può stupire, se si pensa che gli Arabi occupavano proprio le parti più ricche e popolose del mondo greco dell'epoca, Egitto e Siria. La loro architettura dà un'idea abbastanza esatta della varietà e dell'importanza relativa di ciò a cui si ispirarono. Nella decorazione si incontrano caratteri di chiara provenienza persiana o indiana, ma la concezione generale e le parti essenziali del monumento tradiscono nondimeno un'evidente parentela con l'architettura bizantina. La predominanza greca si manifesta ancor più nell'ambito del pensiero. Aristotele è il maestro dei filosofi arabi, che comunque non hanno aggiunto niente di essenziale alle sue concezioni. In definitiva, dal punto di vista intellettuale, la civiltà musulmana non ha esercitato alcuna influenza profonda sui popoli europei e ciò si spiega molto semplicemente sia per il motivo che essa ha in sé qualcosa di artificiale, sia per il fatto che le fonti alle quali ha prevalentemente attinto erano, per lo più, fonti europee.
Le cose stanno diversamente se passiamo a considerare il lato economico. Qui, gli Arabi sono stati intermediari preziosi, grazie al contatto che ebbero sia con l'Occidente che con l'Estremo Oriente. Dall'India hanno portato la canna da zucchero in Sicilia e in Africa, il riso in Sicilia e in Spagna (da dove gli spagnoli lo porteranno in Italia nel quindicesimo e sedicesimo secolo), il cotone in Sicilia e in Africa; hanno adattato al clima dell'Asia la fabbricazione della seta che i Cinesi gli avevano insegnato; è ancora grazie ai Cinesi che hanno conosciuto e divulgato l'uso della carta, senza la quale l'invenzione della stampa sarebbe stata inutile, o forse non si sarebbe fatta; sono loro che hanno importato la bussola. Ma queste innovazioni e molte altre ancora, sarebbero passate ai popoli cristiani solo assai più tardi. All'inizio, servirono soltanto a fare dell'Islam un nemico tanto più temibile, per i suoi vicini Europei, perché più ricco e meglio attrezzato. Dal settimo all'undicesimo secolo, sarà lui il padrone incontrastato del Mediterraneo. I porti che fonda, il Cairo, che sostituisce Alessandria, Tunisi, Kairuan, sono le tappe del commercio che va dallo Stretto di Gibilterra al Mar della Cina, attraverso i porti dell'Egitto che comunicano con il Mar Rosso, attraverso quelli della Siria, dove porta la via di Bagdad e del Golfo Persico. La navigazione cristiana si limita a un timido cabotaggio lungo le coste dell'Adriatico, dell'Italia del Sud e fra le isole dell'Arcipelago.
Tutte le grandi vie del mare appartengono ai Musulmani.

2. Le conseguenze.

Un evento imprevisto provoca sempre una catastrofe proporzionata alla sua importanza. Sbarra, per così dire, il flusso della vita storica, interrompe le sequenze di cause ed effetti che la costituiscono, le fa come rifluire, e con le ripercussioni inattese che esse provocano, sconvolge l'ordine naturale delle cose. È quanto accadde all'epoca dell'invasione musulmana. Da secoli, l'Europa gravitava intorno al Mediterraneo. Attraverso di esso la civiltà si era diffusa, attraverso di esso le sue diverse regioni comunicavano le une con le altre. Su tutte le sue rive, la vita sociale aveva gli stessi tratti fondamentali, stessa religione, stessi costumi, stesse idee, o quasi. L'invasione germanica non aveva portato modifiche sostanziali a questa situazione. Malgrado tutto, alla metà del settimo secolo si può dire che l'Europa costituiva ancora, come ai tempi dell'impero romano, un'unità mediterranea.
Ora, sotto la spinta improvvisa dell'Islam, questa unità si spezza di colpo. Questo mare noto e quasi familiare, questo mare che i Romani chiamavano "mare nostro" (mare nostrum), per la maggior parte della sua estensione diventa estraneo e ostile. L'interscambio, fra Occidente e Oriente, che fino ad allora si era operato grazie ad esso, si interrompe. Oriente e Occidente vengono bruscamente separati. La comunanza in cui avevano vissuto per tanto tempo viene meno per secoli, e l'Europa di oggi ne risente ancora.
Costretto a combattere a est, l'impero non ha più difese sul Danubio. I Bulgari, i Serbi, i Croati si riversano sui Balcani e solo le città rimangono greche. Questi popoli non si amalgamano ai residenti come i Germani. L'Impero bizantino cessa di essere universale, per diventare uno Stato greco.
I Bulgari, nel 677, sottomettono le tribù slave e si fondono con esse, nella Mesia. Verso la metà del nono secolo, il loro principe Boris viene convertito da Metodio e prende il nome di Michele.
L'Impero bizantino, ormai stretto tra la costa dell'Illiria e l'Alto Eufrate, dedicherà la parte migliore delle proprie energie a resistere alla pressione dell'Islam. La sua lunga storia, fino al giorno in cui, verso la metà del quindicesimo secolo, finirà col soccombere sotto i colpi dei Turchi, avrà ancora momenti di splendore e vedrà svilupparsi una civiltà la cui originalità consiste nell'amalgama delle tradizioni antiche con il cristianesimo ortodosso e in una orientalizzazione crescente. Ma per la maggior parte del tempo, sarà una storia estranea a quella dell'Europa occidentale. Solo Venezia manterrà i contatti con Bisanzio e troverà nel ruolo di intermediaria fra l'Occidente e l'Oriente, il punto di partenza della sua futura grandezza. Del resto, se Bisanzio cessa di intervenire in Occidente, nondimeno eserciterà un'influenza che le sopravviverà nei secoli. È Bisanzio che ha cristianizzato gli slavi del sud e dell'est - Serbi, Bulgari e Russi - ed è il suo popolo che, dopo aver subito il giogo turco per quattrocento anni, nel ventesimo secolo, ha ricostituito la nazionalità greca.
Quanto all'Occidente, la separazione da Bisanzio lo metteva in una situazione del tutto nuova, che sembrava relegarlo ai margini della civiltà, dal momento che fin dall'inizio dei tempi, ogni forma di vita civile e ogni progresso sociale gli erano venuti dall'Oriente. È vero che con gli Arabi, stabilitisi in Spagna e sulla costa d'Africa, l'Oriente si faceva più vicino. Ma fra il suo popolo cristiano e questo Oriente musulmano, la differenza delle confessioni religiose impediva il contatto morale, nonostante quello fisico. Per la prima volta, dalla formazione dell'Impero romano, l'Europa occidentale si trovava isolata dal resto del mondo. Il Mediterraneo, grazie al quale fino ad allora era stata in contatto con la civiltà, le si chiudeva davanti. Fu questo, forse, il risultato più importante che l'espansione dell'Islam ebbe sulla storia universale9. Infatti il cristianesimo d'Occidente, che vede interrotte le proprie comunicazioni tradizionali, divenuto un mondo a parte, ormai costretto a contare soltanto su se stesso, dovrà svilupparsi con le proprie forze. Allontanato dal Mediterraneo, volgerà le energie verso le regioni ancora barbare oltre il Reno e sulle rive del Mare del Nord. La società europea si allargherà e travalicherà infine le antiche frontiere dell'impero romano. Con l'impero franco nasce un'Europa nuova, nella quale si elaborerà quella civiltà occidentale, destinata a diventare la civiltà del mondo intero.



LIBRO SECONDO L'EPOCA CAROLINGIA.

CAPITOLO PRIMO La Chiesa.

1. La debolezza della Chiesa dal QUINTO al SETTIMO secolo.

Durante questi tre secoli di sconvolgimenti in cui l'Europa è sballottata tra i Germani, l'impero e l'Islam, cosa ne è della Chiesa cattolica, la grande forza dell'avvenire prossimo? Si accontenta di vivere, o, per meglio dire, di vivacchiare. La sua azione, sul piano degli avvenimenti è nulla o quasi; la sua influenza morale sulla società, impercettibile. E tuttavia, tra le rovine dell'impero, si è conservata intatta. Ha salvaguardato la propria organizzazione, la propria gerarchia, la propria incalcolabile fortuna fondiaria. E non ha nemici. I Germani, nei suoi confronti, sono figli sottomessi come i Romani. L'eresia ariana, l'abbiamo visto, non è durata e, del resto, non è mai stata preoccupante. Ma l'apatia della Chiesa ha tuttavia una spiegazione semplice. Dopo le invasioni, le è accaduto, anche se in misura minima, quel che è accaduto a tutta la società: si fa barbara. La letteratura latina cristiana, ancora così viva nel quarto secolo, il secolo di Sant'Agostino, nel quinto presenta soltanto qualche epigono come Salviano. All'infuori di questo, la vita del pensiero si interrompe, la vena aperta dai padri della Chiesa è esaurita. È vero, alcuni uomini di chiesa scrivono ancora racconti biografici o storici, ma occorrerà aspettare fino a Gregorio Magno per vedere rianimarsi, anche se con uno spirito del tutto nuovo, lo studio della teologia e della morale religiosa. Ancor di più colpisce l'inerzia della Chiesa di fronte ai barbari pagani o grossolanamente eretici da poco penetrati nell'impero, che le vivono accanto. Se si convertono ciò accade, come per i Franchi dopo il battesimo di Clodoveo, sull'esempio dei loro re che, per interesse politico e imitazione dei costumi romani, passano al cristianesimo: la Chiesa non c'entra niente. Quanto ai Germani, che al nord della Gallia e dall'altra parte del Reno conservano il vecchio culto nazionale, nei loro confronti non prende alcuna misura di evangelizzazione. Gli apostoli dei Franchi Salii, Sant'Amando e San Remaclo, operano per entusiasmo personale. I re ne hanno sostenuto gli sforzi, ma non sembra che le autorità ecclesiastiche abbiano fatto altrettanto. Il loro disinteresse, in materia di apostolato, è tale da lasciare agli stranieri l'opera che sarebbe stata di loro competenza. Introdotto in Irlanda nel quarto secolo, il cristianesimo vi si era rapidamente sviluppato. In quell'isola lontana e priva di rapporti con il continente, si era dato un'organizzazione originale nella quale grandi colonie monastiche erano i focolai di una vita religiosa assai fervida. Vi si trovavano asceti e proseliti in gran numero, che, fin dal sesto secolo, si allontanarono dalla patria, gli uni in cerca di solitudini inaccessibili, gli altri, di anime da convertire. Quando i Normanni nel nono secolo scoprirono l'Islanda, furono stupiti di trovare che sulle rive brumose, gli unici abitanti fossero monaci giunti dall'Irlanda. Furono ancora gli Irlandesi a dedicarsi con entusiasmo alla conversione della Gallia del nord e della Germania. L'agiografia dei tempi merovingi pullula di santi ai quali viene attribuita la fondazione di una quantità di monasteri nella Francia del Nord e nel Belgio. San Colombano e San Gallo sono i rappresentanti più celebri di quei missionari la cui cultura intellettuale, il cui disinteresse ed entusiasmo contrastano tristemente con la grossolanità del clero merovingio. E tuttavia non riuscirono a farlo uscire dall'apatia. I vescovi, nominati dal clero delle diocesi, ma in realtà imposti dai re, dovevano quasi sempre la carica al favore del sovrano. Bisogna aver letto i ritratti che Gregorio di Tours delinea di molti suoi colleghi per farsi un'idea della loro cultura e dei loro costumi. Molti sapevano appena leggere e si davano pubblicamente all'ubriachezza o alla dissolutezza. L'onesto Gregorio ne prova indignazione, ma dal suo linguaggio si capisce bene che quell'indignazione non trovava eco. Egli stesso, del resto, certamente assai superiore alla maggior parte dei compagni, quale esempio ci fornisce della decadenza della Chiesa! Il latino che scrive - e se ne rende conto - è diventato ormai un idioma barbaro che fa violenza alla grammatica, alla sintassi e al vocabolario; la sua morale - e purtroppo di questo non si rende conto - mostra una tolleranza assai singolare ed esprime giudizi assai sorprendenti. E dopo di lui sarà ancora peggio. Alla fine del settimo secolo e all'inizio dell'ottavo, non è più solo il linguaggio, ma il pensiero stesso a sembrare quasi impedito. La cronaca detta di Fredegario e certe vite di santi dell'epoca sono documenti senza pari dell'incapacità a esprimere le cose più semplici.
Tuttavia, per quanto contaminata, la Chiesa è la grande forza o, diciamo meglio, la sola forza civilizzatrice dell'epoca. Grazie a lei, infatti, la tradizione romana si è perpetuata e pertanto è lei ad aver impedito che l'Europa ricadesse nella barbarie. Il potere laico, abbandonato alle sue sole forze, sarebbe stato incapace di salvaguardare questa preziosa eredità. Malgrado la buona volontà dei re, la loro amministrazione sprovveduta e grossolana era troppo inferiore al compito che avrebbero voluto svolgere. La Chiesa invece possedeva il personale che mancava allo Stato. Anche dopo le invasioni, si conservava quale si era formata e sviluppata sotto l'impero. La gerarchia rimaneva intatta e, ricalcata sull'organizzazione amministrativa di Roma, ne conservava, pur nel disordine crescente, le fondamenta semplici e sicure. Le sedi metropolitane stabilite nel capoluogo di ogni provincia, le sedi episcopali istituite presso il capoluogo di ogni distretto, scomparvero momentaneamente solo nelle regioni del nord. Altrove, furono risparmiate o rispettate dai conquistatori. Mentre l'amministrazione civile decadeva, l'amministrazione ecclesiastica rimaneva solida, con gli stessi organici, gli stessi dignitari, gli stessi princìpi, lo stesso diritto, la stessa lingua che possedeva fin dai tempi dell'impero. In mezzo all'anarchia dilagante, e malgrado l'azione disgregante che questa esercitava, la Chiesa si resse nonostante la momentanea decadenza: il clero fu salvaguardato dal potente edificio che lo proteggeva e dalla disciplina che, nonostante tutto, gli era imposta. Per quanto ignoranti, negligenti, immorali fossero certi vescovi, gli era impossibile scrollarsi di dosso certi doveri essenziali imposti dalla loro funzione. Era pur necessario che, accanto alla cattedrale di cui erano titolari, mantenessero una scuola per la formazione dei giovani allievi. Mentre l'istruzione laica scompariva e lo Stato era ridotto ad avere al proprio servizio solo funzionari analfabeti, la Chiesa continuò, dunque, per una necessità insita nella sua stessa esistenza, a formare un corpo dove ogni membro sapeva per lo meno leggere e scrivere in latino. Questo solo bastò a farle esercitare sulla società secolare una supremazia a cui era impossibile resistere; senza averlo voluto né cercato, possedeva il monopolio della scienza. Le sue scuole, salvo rare eccezioni, furono le uniche scuole, i suoi libri, gli unici libri. La scrittura, senza la quale non v'è civiltà possibile, le apparteneva in maniera così esclusiva, dalla fine dell'epoca merovingia, che ancora oggi, nelle nostre lingue, i vocaboli che designano l'uomo di chiesa sono gli stessi che designano lo scriba: clerc in francese, clerk in inglese, klerk in fiammingo e in tedesco antico, diaca in russo. Nel corso dell'ottavo secolo, la cultura intellettuale si confinò in una classe sacerdotale. Così il clero cattolico si trovò in una situazione quale non capitò mai a nessun'altra casta. Non solo fu venerato per il suo carattere religioso, non solo godette, presso i laici, del prestigio che la scienza esercita sugli ignoranti, ma divenne anche, per la società civile, un aiuto indispensabile. Lo Stato non poteva fare a meno dei suoi servigi. All'epoca carolingia, quando saranno scomparse anche le ultime tracce dell'insegnamento laico, lo Stato sarà costretto a reclutare nel clero gli scribi, i capi della cancelleria e tutti i funzionari o i consiglieri, per i quali è indispensabile un certo livello di cultura intellettuale. Si clericalizzerà, perché non potrà fare altrimenti, pena il ricadere nella barbarie; infatti soltanto nella Chiesa potrà trovare uomini capaci di comprendere e di adempiere ai compiti politici che incombono. E se li trova soltanto presso di lei, non è certo perché il loro carattere di apostoli del Cristo li renda particolarmente adatti al suo servizio. I servitori di Colui che ha detto che il suo regno non è di questo mondo, non hanno certo imparato da Lui la gestione delle questioni temporali. E se detengono il potere, è perché l'hanno avuto da Roma, perché la Chiesa alla quale appartengono è sopravvissuta alla rovina del mondo antico, che si perpetua in essa per l'ammaestramento del mondo nuovo. In breve, la Chiesa ha ricevuto e conservato per secoli il dominio sulla società non perché cristiana, ma perché romana o, se si preferisce, ha esercitato tanto a lungo un'influenza dominante sulla civiltà moderna solo perché era depositaria di una civiltà più antica e avanzata. Inutile dire che approfittò di questa situazione per realizzare il proprio ideale religioso e per piegare alla propria volontà lo Stato che la chiamava in aiuto. La collaborazione necessaria che ben presto si stabilì fra loro, porta in sé il germe di conflitti terribili che, all'inizio, nessuno poteva prevedere.
Mettendosi al servizio dello Stato, dunque, la Chiesa non si sottometterà a lui. Quali che siano le concessioni che gli abbia fatto, per amore o per forza, in certi momenti, è sempre rimasta, di fronte a lui, una potenza indipendente. In Europa occidentale, ha rivendicato ed esercitato, nei suoi confronti, una libertà di cui non godeva sotto l'Impero romano e di cui non ha mai goduto neanche sotto quello di Bisanzio. Se ciò accadde, fu dovuto non tanto al fatto che i sovrani d'Occidente non raggiunsero mai una potenza paragonabile a quella degli imperatori, quanto al fatto che la Chiesa si trovò, fin dal principio, in una situazione economica che le permetteva di vivere e di svilupparsi con le proprie risorse. E anche qui ritroviamo in lei l'erede di Roma. L'immensa fortuna fondiaria di cui dispone, la deve a Costantino e ai suoi successori che le hanno portato i tesori dei templi pagani. Essi non solo hanno fatto di lei la più grande proprietaria che esista al mondo, ma ne hanno fatto anche una proprietaria privilegiata, esentando i suoi membri dalle imposte personali, e i suoi beni dalle imposte fondiarie. Tutto questo, proprietà e privilegi, i re barbari l'hanno rispettato, cosicché, al momento in cui si apre la storia dei popoli moderni, la Chiesa si trova in possesso di una ricchezza territoriale senza pari. Questo spiega come abbia potuto attraversare la crisi delle invasioni senza indebolirsi e, in pieno sconvolgimento politico e sociale, salvaguardare la propria organizzazione, reclutare e mantenere il proprio clero.
Così, da qualunque parte la si esamini, si vede bene che, malgrado la decadenza che la affligge dal quinto al settimo secolo, è piena di forza e di avvenire. La causa del declino non sta in lei, ma nelle circostanze del momento. Inoltre, parlando di decadenza, non si pensa che alla Chiesa ufficiale, al clero secolare, l'unico che cade sotto gli occhi, accanto al quale però si viene lentamente diffondendo un clero che non si vede ancora, ma che a poco a poco si fa spazio e preannuncia oscuramente il ruolo che ben presto svolgerà: il clero regolare, il monachesimo.

2. I monaci e l'entrata in scena del papato.

L'ascetismo, che necessariamente deriva da una concezione esclusiva del cristianesimo, si era sviluppato rapidamente fin dal secondo secolo nelle province orientali dell'impero romano. Per molto tempo i suoi adepti furono semplici laici che avevano rinunciato agli interessi e ai beni di questo mondo, per dedicarsi, in solitudine alla salvezza dell'anima. Questi eremiti furono i primi monaci. San Pacomino (348), pensò di imporre loro una regola, e a questo scopo, di organizzarli in comunità. I monaci che adottarono questo genere di vita si riunirono in spazi chiusi formati da celle costruite intorno ad una cappella centrale. Per distinguerli dagli eremiti, agli abitanti di queste colonie religione fu dato il nome di cenobiti. È all'istituzione cenobita che si rifanno i monasteri occidentali, il primo dei quali fu fondato nel sesto secolo nei dintorni di Napoli, sul Monte Cassino, da San Benedetto. L'originalità e al tempo stesso la portata dell'opera di Benedetto (a. 543) consiste nel sottrarre il monaco alla vita laica, nel farne un religioso vincolato alla vocazione dai tre voti perpetui di obbedienza, povertà e castità, e nell'imporgli l'obbligo del sacerdozio. Accanto al clero secolare, le cui origini risalgono alla costituzione della Chiesa primitiva, appare così un clero nuovo, nato dall'ascetismo, che si apre a chi voglia realizzare in questo mondo l'ideale della vita cristiana. La regola - alla quale deve il nome - non è solo una regola di preghiera e di esercizio di pietà, ma lo obbliga anche a onorare Dio con il lavoro, un lavoro sia manuale che di studio.
La diffusione dei monasteri, all'inizio, fu molto lenta. Si propagarono pian piano in Italia, raggiunsero il sud della Gallia, poi, nel corso del settimo e dell'ottavo secolo10, grazie all'apostolato degli Irlandesi, si diffusero alquanto numerosi nel nord del regno franco. Per il resto, non avevano rapporti gli uni con gli altri, non operavano all'esterno e sembra fossero alquanto mal visti dai vescovi diocesani che, di questi nuovi venuti, non sapevano cosa farsene.
Sarebbe spettato al papato il compito di utilizzare questa grande forza che veniva ignorata, metterla al servizio della Chiesa, farne, per così dire, un'armata permanente di riserva a disposizione della Chiesa stessa. È proprio al primo dei grandi papi, Gregorio Magno (590-604), che si deve questo provvedimento geniale.
Fino a quel momento, la preminenza del papato è mal definita, deriva esclusivamente dalla duplice veste del papa, successore di San Pietro e vescovo di Roma, e si manifesta più per il rispetto che gli viene tributato che per l'autorità che esercita. Nei vari regni, i vescovi nominati dai re hanno con lui tutt'al più relazioni di deferenza. I patriarchi d'Alessandria, d'Antiochia, di Gerusalemme e di Costantinopoli lo considerano loro pari e, come per loro, l'imperatore di Bisanzio si riserva il diritto di ratificarne la nomina, o, dopo Giustiniano, di farla ratificare a proprio nome dall'esarca di Ravenna. Ma la situazione dell'Italia, e in particolare quella di Roma, dai tempi degli sconvolgimenti delle invasioni, ostacola o comunque assorbe l'attività dei papi in compiti che non hanno niente a che fare con il governo della Chiesa. Da quando l'imperatore non risiede più nella "Città", è il papa che, di fatto, ne è divenuto il personaggio principale. In mancanza di autorità laiche, è a lui che spetta negoziare con gli invasori, sorvegliare l'amministrazione, gli approvvigionamenti, la fortificazione della città e, via via che questa si spopola e si impoverisce, il compito di mantenere in buono stato l'immensa cinta delle mura e i monumenti si fa sempre più difficile. Soprattutto dopo l'invasione dei Longobardi, i papi devono lottare contro difficoltà e pericoli che riescono a fronteggiare solo a forza di energia. Infatti l'imperatore, tutto preso a difendere le frontiere della Siria e del Danubio, lascia a loro il compito di resistere a questi nuovi nemici che si accaniscono per conquistare Roma. Tutt'al più, gli invia di tanto in tanto qualche truppa e qualche sussidio, entrambi insufficienti. L'esarca di Ravenna, minacciato a sua volta, non è in grado di dare una collaborazione efficace. Al momento in cui Gregorio Magno, nel 590, sale sul soglio di San Pietro, non nasconde di disperare dell'avvenire, e paragona Roma a un naviglio battuto dalla tempesta, sul punto di affondare.
Gregorio Magno può essere considerato il primo interprete del pensiero religioso dopo i padri della Chiesa. Ma non è ciò che continua a fare. Non sono le questioni dogmatiche a interessarlo; per lui, quelle, sono definitivamente risolte. Ciò che conta è trarne le conseguenze morali, organizzare la vita cristiana in vista del suo scopo, dei suoi fini ultimi, che si riassumono nell'alternativa spaventosa del paradiso o dell'inferno. I suoi occhi sono, per così dire, fissi sull'aldilà e le immagini che ne ha tracciato hanno contribuito in maniera potente a dare alla religiosità medioevale quel tono cupo e angosciato, quel terrore e quell'ossessione per le pene eterne che hanno trovato nella Divina Commedia espressione immortale. Poiché la Chiesa è lo strumento della salvezza eterna, occorre che la sua azione sulle anime sia più incisiva per salvarle dall'abisso. E qui si rivela in Gregorio, come in altri grandi mistici - San Bernardo, ad esempio, o Ignazio di Loyola - un genio pratico che, per conseguire lo scopo ultraterreno che si propone, eccelle nell'organizzazione delle cose di questo mondo transitorio che disdegna. Forse le sue origini - apparteneva a una vecchia famiglia patrizia di Roma, che per tradizione si occupava dell'amministrazione della città - non furono estranee a questo lato del carattere. Si stenta a credere, leggendone le lettere, che queste appartengano all'autore dei Moralia e del Dialogus miraculorum. Esse ce lo mostrano tutto dedito a ripristinare il Patrimonio di San Pietro, vale a dire quell'immensa proprietà fondiaria della Chiesa di Roma, sparpagliata per tutta l'Italia, dalle coste dell'Illiria alla Sicilia, che i disordini delle invasioni avevano smembrato, mandato in rovina e disorganizzato. Lo vediamo rivendicare le terre alienate o invase, nominare intendenti, stabilire le regole a cui devono obbedire, imporre loro le misure necessarie per la riscossione e la centralizzazione delle imposte. Merita dunque il duplice e singolare onore di essere a un tempo il primo mistico e il primo economo del Medio Evo. Del resto, la sua attività economica è tutta impregnata di prassi romane e ha contribuito ampiamente a conservare e a diffondere, attraverso la Chiesa, le istituzioni demaniali dell'impero. Nel giro di alcuni anni, il compito da lui intrapreso fu portato a termine. Il papato si trovava in possesso di un'entrata regolare e di risorse abbondanti. Era diventato la prima potenza finanziaria del tempo.
A questa prima forza, Gregorio ne aggiunge una seconda, associandosi ai monaci, verso i quali andavano tanto le sue tendenze ascetiche, quanto la sua lucida comprensione delle realtà del tempo. Vide molto bene quale ascendente avrebbero dato al papato questi monasteri sparpagliati ovunque, se se ne fosse fatto protettore. Non si limitò a fondarne di nuovi nella Città Eterna, ma a molti concesse anche privilegi di esenzione che li ponevano direttamente sotto l'autorità della Santa Sede. Da San Benedetto in poi, i monaci fecero parte della Chiesa. Si può dire che da Gregorio Magno in poi, vennero associati alla sua azione.
Fu infatti a monaci diretti e formati da lui, che affidò la grande opera del suo pontificato, l'evangelizzazione degli Anglosassoni11. Questa sarebbe stata impossibile se egli non avesse disposto dei fondi necessari a realizzarla, e quindi le due grandi riforme del suo regno, la ricostituzione del Patrimonio di Pietro e l'alleanza con il monachesimo, hanno contribuito in armonia a un'impresa che risponde pienamente all'ideale religioso e alle attitudini pratiche del suo iniziatore.
La conversione dell'Inghilterra è un capolavoro di tatto, di ragione e di metodo. Lungamente preparati dal papa al loro compito, Sant'Agostino (di Canterbury) e i suoi compagni procedettero seguendo istruzioni maturate attraverso una lunga meditazione e tutte pervase di carità, indulgenza, tolleranza e buon senso. Niente è più diverso dal procedere improvvisato ed entusiasta dei missionari celtici, della condotta paziente e prudente dei missionari di Gregorio. Giungono nel paese solo dopo averne studiato la lingua, i costumi e la religione. Si guardano bene dall'urtare i pregiudizi, dal ricercare successi troppo rapidi, dall'ambire anche al martirio. Si guadagnano la fiducia prima di conquistare le anime, e quindi le conquistano completamente. In capo a sessant'anni, gli Anglosassoni non solo erano cristiani, ma lo erano al punto da fornire a loro volta alla Chiesa missionari degni di chi li aveva convertiti. Centoventi anni dopo lo sbarco di Sant'Agostino sulla costa di Hastings (596), San Bonifacio intraprendeva l'evangelizzazione della Germania pagana oltre il Reno (716).
La conversione dell'Inghilterra segna una tappa decisiva nella storia del papato. Fondata direttamente dal papa, la Chiesa anglosassone si trova, fin dall'inizio, sotto l'obbedienza immediata e il governo di Roma. Non ha niente della Chiesa nazionale; è apostolica in tutta la forza del termine. E la Chiesa d'oltre-Reno che organizzerà, riceverà da lei lo stesso carattere. Si capisce bene quanta forza e fulgore acquistino il prestigio e l'influenza del papato. Mentre a Roma i papi continuano a essere considerati dall'imperatore di Bisanzio e dall'esarca di Ravenna patriarchi dell'impero, ai quali sono tuttora obbligati a chiedere la ratifica della propria elezione, i nuovi cristiani del nord videro in loro i vicari di Gesù Cristo, i rappresentanti di Dio sulla terra. Il papato si è dunque creato una situazione ormai incompatibile con la subordinazione in cui è vissuto fino a questo momento nei confronti dell'imperatore. Prima o poi, spezzerà il legame tradizionale che sussiste fra loro e che, da quando in Occidente non esiste più l'impero, non gli è che di peso, di umiliazione, di fastidio. Se almeno l'imperatore si fosse mostrato un protettore efficace, o, non potendo fare di meglio, avesse dato prova della sua benevolenza! Ma non solo si disinteressa di Roma e l'abbandona senza difesa alle imprese dei Longobardi; diventa addirittura suo avversario12.
In questo ambiente bizantino agitato dalle passioni teologiche, compare una nuova eresia: l'iconoclastia. L'imperatore Leone terzo Isaurico la professa (726) e pretende di imporla a Roma. Questa volta è troppo. Il papa non si sottometterà alle volontà di un padrone che valuta la sua condiscendenza alla stregua di quelle dei patriarchi di Costantinopoli o di Antiochia. Già da Gregorio secondo (715-731) si sentono parole di minaccia. Se la rottura non avvenne fin da allora, ciò è dovuto al fatto che la tradizione imperiale rimane così potente che si esita a fare il passo decisivo. E poi, abbandonare l'imperatore significa lanciarsi nell'ignoto ed esporsi a rappresaglie che possono far correre alla Chiesa i più gravi pericoli. Per compiere un atto tanto decisivo e prendere, nei confronti dell'imperatore, non solo l'atteggiamento di un pari grado, ma quello di un superiore, per rompere con l'Oriente eretico e stabilire in Occidente le basi della cristianità universale, per cessare di essere romano nel senso antico del termine e diventare cattolico, per liberare il potere spirituale delle pastoie che il cesarismo gli impone, occorre trovare un protettore potente e fedele. Chi può assumere questo ruolo nell'Europa del tempo? Solo un uomo che cerchi a sua volta un alleato in grado di trasmettergli legittimamente la corona, il maestro di palazzo dei re merovingi.



CAPITOLO SECONDO Il regno franco.

1. Lo smembramento dello Stato.

Di tutti i regni fondati dai barbari sul suolo dell'impero Romano, quello dei Franchi era il solo le cui frontiere inglobassero un blocco compatto di popolazione germanica. Da prima delle conquiste di Clodoveo in Gallia, i Franchi Salii, i Franchi Ripuari e gli Alemanni avevano colonizzato in massa tutta la riva sinistra del Reno, e si erano addentrati abbastanza in profondità nelle vallate della Mosella, della Mosa e dell'Escaut. Clodoveo stesso, in origine, non era che uno dei numerosi piccoli sovrani che si ripartivano il governo dei Franchi Salii. Il suo regno, che doveva corrispondere pressappoco all'estensione dell'antica città romana di Tournai, non fornendogli le forze necessarie per portare a buon fine l'attacco che meditava contro Siagrio, ufficiale romano al quale obbediscono ancora, al centro della Gallia invasa, le regioni fra la Loira e la Senna, associò alla propria impresa i genitori, i re di Terouanne e di Cambrai. Ma raccolse da solo i frutti della vittoria. Sconfitto Siagrio, si appropriò del suo territorio e sfruttò la supremazia schiacciante di cui ormai godeva su coloro che prima erano stati suoi pari, per sbarazzarsene. Ora con la violenza, ora con la scaltrezza, li spodestò o li fece morire, ebbe il riconoscimento dei loro popoli e in qualche anno estese il potere a tutta la regione circondata dal Reno, da Colonia al mare. Gli Alemanni che, stabilitisi in Alsazia e nell'Eifel minacciavano di attaccare di fianco il nuovo regno, furono sconfitti e annessi. Assicuratosi in tal modo il possesso di tutta la Gallia settentrionale dal Reno alla Loira, il re dei Franchi potè dedicarsi alla conquista della ricca Aquitania. L'Aquitania apparteneva ai Visigoti. Convertito al cattolicesimo nel 496, Clodoveo prese a pretesto la loro eresia per muovergli guerra, li sconfisse a Vouillé (507) ed estese la frontiera fino ai Pirenei. La Provenza lo separava ancora dal Mediterraneo. Ma Teodorico non intendeva permettere che il regno dei Franchi si espandesse fino alle porte dell'Italia, e Clodoveo dovette rinunciare a questo territorio che il re degli Ostrogoti, per maggior sicurezza, annetté ai propri Stati. I suoi figli completarono l'opera così ben iniziata, si impadronirono del regno che i Burgundi avevano fondato nella Valle del Rodano (532), e della Provenza, dal Golfo del Leone fino al Rodano: tutta l'antica Gallia era oramai sottomessa alla dinastia merovingia.
Conformemente al carattere mediterraneo che l'Europa occidentale mantenne fino alla fine del settimo secolo, essa cercò prima di tutto di allargarsi a sud. Armate franche contesero per qualche tempo ai Longobardi l'Italia settentrionale. Ma l'invasione musulmana, lo si è visto prima, doveva mettere bruscamente fine al tradizionale orientamento dei paesi del nord verso quelli del meridione. L'ultimo conquistatore merovingio, Dagoberto I, puntò i suoi sforzi verso la Germania, e avanzò anche verso il Danubio. Poi l'espansione cessa e inizia la decadenza.
La chiusura del Mediterraneo a opera dei Musulmani non segna soltanto un nuovo orientamento politico dell'Europa, ma anche, se così si può dire, la fine del mondo antico. Fino al regime di Dagoberto I, infatti, lo Stato merovingio non si è separato dalla tradizione romana. L'organizzazione sociale del paese, dopo il sovvertimento profondo subito a causa delle invasioni, riprende l'antico carattere romano. Le terre del fisco imperiale erano passate al re, è vero, ma i grandi proprietari gallo-romani, salvo rare eccezioni, avevano mantenuto i propri possedimenti, organizzati come ai tempi dell'impero. Colpisce, a questo riguardo, vedere come il papa Gregorio Magno, per restaurare l'amministrazione delle enormi proprietà fondiarie della Chiesa, non fa che ripristinare il sistema demaniale romano.
Il commercio, una volta ristabilita la calma, aveva ripreso la sua attività. Marsiglia, centro del grande traffico marittimo con l'Oriente, accoglieva quei mercanti siriani che si ritrovano anche nelle grandi città del sud della Gallia e che, con gli Ebrei, sono i principali trafficanti del paese. Le città dell'entroterra conservano una borghesia di commercianti alcuni dei quali, in pieno sesto secolo, sappiamo essere notabili ricchi e influenti.
È grazie a questo commercio regolare, che mantiene fra la popolazione un'imponente circolazione di merci e di denaro, il tesoro del re, alimentato dai telònii, non cessa di disporre di risorse cospicue, altrettanto ingenti, se non di più, che quelle ricavate dalle proprietà regali e dai bottini di guerra.
Certo, questa civiltà dell'impero che sopravvive a se stessa è caduta in una profonda decadenza, ma ha conservato i suoi tratti essenziali.
I funzionari importanti, scelti tra i nobili, danno chiara prova di una singolare indipendenza dal potere, senza dubbio le imposte vengono spesso percepite dal conte esclusivamente a proprio vantaggio, e ciò spiega il nome di "esazione" che incominciano ad assumere nella lingua del tempo.
L'indebolimento dell'antica amministrazione romana, tagliata fuori da Roma, di cui il re mantiene a stento le ultime vestigia, permette all'aristocrazia dei grandi proprietari di assumere, di fronte al sovrano e nella società, una posizione sempre più forte. Soprattutto al nord, in Austrasia, dove la romanizzazione è quasi del tutto scomparsa, questa si assicura, fin dal settimo secolo, una preminenza assoluta.
Questa aristocrazia, il cui raggio d'azione va continuamente allargandosi, non ha niente della nobiltà. Non si distingue dal resto della nazione per la condizione giuridica, ma per la condizione sociale. È composta, per parlare come i loro contemporanei, da grandi (majores), magnati (magnates), potenti (potentes), il cui potere deriva dalla ricchezza. Sono tutti grandi latifondisti: gli uni discendono da ricche famiglie gallo-romane preesistenti alla conquista dei Franchi, gli altri sono favoriti, che i re hanno abbondantemente dotato di terre, o conti che hanno approfittato della propria condizione per crearsi vasti domini. Tanto che siano romani o germanici di nascita, i membri di questa aristocrazia formano un gruppo legato da interessi comuni, dove la diversità delle origini non ha tardato a scomparire e a fondersi in una identità di costumi. Quanto più lo Stato, a cui forniscono i funzionari più importanti, si mostra incapace di adempiere al suo compito essenziale e primordiale, vale a dire garantire la persona e i beni dei sudditi, tanto più si afferma la loro supremazia. La loro situazione personale si giova dei progressi dell'anarchia generale e l'insicurezza pubblica dà sempre più spazio alla loro influenza privata. In quanto funzionari del re, i conti braccano e taglieggiano i poveri che dovrebbero proteggere: ma dal giorno in cui questi poveri, esausti, avranno ceduto la terra e la propria persona e saranno venuti ad aggiungersi alle loro proprietà, quegli stessi conti, in qualità di grandi proprietari, estenderanno su di essi la loro potente protezione. Quindi, anche i funzionari dello Stato lavorano contro lo Stato, e non facendo che accrescere su uomini e terre il clientelismo e la proprietà privata, con sorprendente rapidità, tolgono al re i sudditi diretti e i contribuenti.
Infatti, il rapporto che si stabilisce fra i potenti e i deboli non è il semplice rapporto economico esistente tra un proprietario e il suo vassallo. Nato dal bisogno di una protezione efficace in seno a una società in preda all'anarchia, esso crea fra loro un legame di subordinazione che include la persona intera, e che ricorda, per intimità e vicinanza, un legame familiare. Il contratto di raccomandazione, che compare fin dal sesto secolo, dà al protetto il nome di vassallo (vassus), o servitore, al protettore il nome di anziano o signore (senior). Il signore è tenuto non solo a provvedere al sostentamento del vassallo, ma a fornirgli in maniera permanente aiuto e assistenza e a rappresentarlo di fronte alla giustizia. L'uomo libero che si raccomanda, può anche illudersi di conservare le apparenze della libertà: di fatto, è diventato un cliente, uno sperans del senior.
Questa protezione che il signore esercita sugli uomini liberi in virtù della raccomandazione, la esercita naturalmente anche, e con più peso, sugli uomini che fanno parte della sua proprietà, antichi coloni romani attaccati alla gleba, o servi discendenti da schiavi romani o germanici, la cui persona, per nascita, è sua proprietà privata. Su tutta questa popolazione dipendente, egli possiede un'autorità, a un tempo patriarcale e patrimoniale, che complessivamente discende tanto dalla giustizia di pace quanto da quella fondiaria. All'inizio, c'è una semplice situazione di fatto. Ma niente illustra meglio l'impotenza dello Stato quanto la necessità in cui si è trovato di doverla riconoscere. A partire dal sesto secolo, il re accorda privilegi d'immunità in numero sempre crescente. Con ciò, bisogna intendere privilegi che concedono a un grande proprietario terriero l'esenzione dal diritto d'intervento dei pubblici funzionari nei suoi possedimenti. L'esentato quindi, sulle proprie terre, si sostituisce al funzionario di Stato. La sua competenza, d'origine puramente privata, riceve il sigillo del riconoscimento legale. In breve, lo Stato capitola di fronte a lui. E man mano che l'immunità si diffonde, nel regno si moltiplicano i territori dove al re non è dato intervenire, tanto che alla fine sotto il proprio potere diretto egli si trova soltanto quelle poche, misere regioni che la grande proprietà non ha ancora inglobato.
E la situazione è tanto più grave, perché delle proprietà personali del sovrano, che in origine avevano formato tutta la proprietà fondiaria dello Stato romano, alla fine del periodo merovingio rimangono soltanto briciole insignificanti. Pezzo a pezzo, infatti, sono state cedute all'aristocrazia per comperarne la fedeltà. Le continue spartizioni della monarchia fra i discendenti di Clodoveo, l'altalena della separazione e della riunione dei regni di Neustria, Austrasia e Borgogna, il rimaneggiamento continuo delle frontiere e le guerre civili che ne erano la conseguenza, furono per i grandi un'ottima occasione per mercanteggiare la devozione ai prìncipi che la sorte delle spartizioni ereditarie chiamava a regnare su di loro e che, per assicurarsi la corona, erano pronti a sacrificare il patrimonio della dinastia.
Per la prima volta si manifesta un'opposizione tra l'aristocrazia romanizzata della Neustria e i grandi dell'Austrasia, rimasti molto più vicini ai costumi e alle istituzioni germaniche. L'avvento dell'aristocrazia fa sì che le influenze locali si manifestino nel modo più naturale: la diversità si sostituisce così all'unità monarchica.
La conquista del Mediterraneo da parte dei Musulmani doveva far precipitare l'evoluzione politica e sociale che si annunciava. Fino a quel momento, in una società che slittava verso il regime della proprietà dei signori, le città esistevano ancora, tenute in vita dal commercio, e con esse, era rimasta una borghesia libera.
Nella seconda metà del settimo secolo, ogni commercio sulle coste del Mediterraneo occidentale si interrompe; Marsiglia, privata delle proprie imbarcazioni, muore asfissiata e tutte le città del mezzogiorno, in meno di mezzo secolo, cadono nella più totale decadenza. In tutto il paese, il commercio, non più alimentato dal mare, si estingue; con esso scompare la borghesia: non esistono più mercanti di professione, né traffico commerciale, e per contraccolpo, i telònii cessano di alimentare il tesoro del re, incapace ormai di far fronte alle spese del governo.
L'aristocrazia terriera rappresenta, da questo momento, la sola forza sociale. Di fronte al re, che non ha più mezzi, essa possiede, con la terra, la ricchezza e l'autonomia; non le resta che impadronirsi del potere.

2. I maestri di palazzo.

Si è soliti designare gli ultimi merovingi col nome di re fannulloni; sarebbe stato meglio definirli re impotenti, perché la loro inazione non si spiega né con la pigrizia, né con l'apatia, bensì con la debolezza e l'impotenza. A partire della metà del settimo secolo, essi regnano ancora, ma sono i nobili a governare sulle rovine del potere regio che hanno sconfitto, di cui si spartiscono i sudditi e occupano le funzioni. In ciascuna delle tre parti in cui si divide il regno, Neustria, Austrasia e Borgogna, a seconda del gioco delle successioni monarchiche, il maestro di palazzo si è trasformato da ministro in rappresentante dell'aristocrazia presso il re, e di fatto è lui che, appoggiato dall'aristocrazia, esercita oramai il potere in prima persona. Dei tre maestri di palazzo, quello della Borgogna sparì per primo; quindi si ingaggiò la lotta fra gli altri due. In uno Stato esclusivamente basato sulla ricchezza terriera, l'aristocrazia terriera dell'Austrasia, più potente dei grandi proprietari della Neustria, perché rimasta più lontana dal re e dall'antica amministrazione romana, avrebbe necessariamente avuto la meglio. Fra il signore d'Austrasia, Pipino, che rappresentava i nobili, e il signore della Neustria, Ebroino, rimasto fedele all'antica concezione monarchica, la lotta era impari: Pipino trionfò. Da allora, ci fu soltanto un maestro di palazzo per tutta la monarchia, e a fornirlo fu la famiglia carolingia.
Già da molto tempo essa godeva nel nord del regno di una situazione che doveva alla propria ricchezza terriera. I suoi possedimenti erano numerosi, soprattutto nella regione, per metà romana e per metà germanica, di cui Liegi - allora semplice villaggio - rappresenta il centro, e si allargavano sui due lati della frontiera linguistica, nello Hesbaye, Condroz e Ardenna; Andenne e Hestal, erano le sue residenze preferite. Ricchi matrimoni aumentarono ancor più il suo ascendente. Dall'unione della figlia di Pipino di Landen con il figlio di Ansegiso di Metz nacque Pipino di Herstal, il primo della stirpe che abbia svolto un ruolo individuabile. Si sa che combattè con successo i Frisoni pagani che, con le loro incursioni, non davano tregua alle regioni settentrionali del regno e da ciò, a lui e ai suoi, dovette venire una popolarità che li mise in evidenza. Mentre inviava il proprio figlio illegittimo Carlo Martello a proseguire la lotta contro i barbari, sollevò contro Ebroino i suoi vassalli e i suoi fidi, temprati da quelle aspre campagne di frontiera, lo vinse e da quel momento esercitò la reggenza su tutto il regno. Fu una fortuna che il potere fosse andato a questo robusto soldato proprio nel momento in cui gli Arabi di Abderamman attraversavano i Pirenei e invadevano l'Aquitania. Carlo venne a dar loro battaglia sulle pianure di Poitiers e lo slancio della cavalleria musulmana si infranse contro le linee della sua fanteria pesante. La decadenza letteraria di quel tempo è talmente profonda che, di quella giornata decisiva, non possediamo alcun racconto. Ma poco importa: il risultato raggiunto basta a immortalarlo. L'invasione arrestata rifluì; i Musulmani conservarono in Gallia soltanto i dintorni di Narbonne, da dove Pipino il Breve li avrebbe estromessi nel 759.
Con il trionfo di Poitiers Carlo Martello riuscì a diventare il padrone del regno, e ne approfittò per dargli una solida organizzazione militare. Fino a quel momento, l'esercito era stato composto solo di uomini liberi, reclutati nelle contee in tempo di guerra: una semplice milizia di fantaccini, che si equipaggiava a proprie spese, difficile da riunire e lenta nei movimenti. Dopo Poitiers, Carlo decise di creare, sull'esempio degli Arabi, una cavalleria in grado di portarsi rapidamente sul nemico, sostituendo il vantaggio del numero con quello della mobilità. Una simile innovazione presupponeva una trasformazione radicale delle usanze precedenti. Non si poteva imporre agli uomini liberi né il mantenimento di un cavallo da guerra, né l'acquisto del costoso equipaggiamento da cavaliere, né il lungo e difficile addestramento del combattimento a cavallo.
Perché questo fosse possibile, occorreva dunque creare una classe di guerrieri dotati delle risorse corrispondenti al ruolo che ci si aspettava da loro13. A questo scopo venne fatta un'ampia distribuzione di terre tra i vassalli più forti del maestro di palazzo, che a questo fine non esitò a secolarizzare buona parte dei beni della Chiesa. Ogni uomo d'arme, gratificato di un feudo, o, per usare il termine tecnico, di un beneficio, fu tenuto ad allevarvi un cavallo da guerra e a fornire il servizio militare ogni volta che ne venisse fatta richiesta. Un giuramento di fedeltà rendeva questi obblighi ancor più vincolanti. Il vassallo, che in origine era semplicemente un servo, divenne anche un soldato la cui esistenza fu assicurata dal possesso di un fondo. L'istituzione si diffuse con grande rapidità in tutto il regno. Le immense proprietà dell'aristocrazia permettevano a ciascuno dei suoi membri di formare una compagnia di cavalieri, ed essi non mancarono di farlo. Più tardi, il nome originario di beneficio scomparve di fronte a quello di feudo. Ma l'organizzazione feudale, in tutti i suoi tratti essenziali, è contenuta nelle misure prese da Carlo Martello. Fu la più grande riforma militare che l'Europa avesse conosciuto prima della comparsa degli eserciti permanenti, che, ancor più di questa, come vedremo, hanno esercitato una ripercussione profonda sulla società e sullo Stato. Nella sua essenza, non era che un adeguamento dell'esercito a un'epoca in cui la grande proprietà dominava tutta la vita economica ed ebbe come conseguenza di dare all'aristocrazia terriera il potere militare insieme a quello politico. Il vecchio esercito degli uomini liberi non scomparve, ma andò a formare una riserva alla quale si faceva sempre meno ricorso.
La monarchia lasciò che si compisse questa trasformazione che poneva l'esercito al di fuori della sua influenza e che le lasciava soltanto una vaga sembianza del potere. Da allora, i re si ritirano completamente all'ombra del loro potente maestro di palazzo, al punto da rendere quasi impossibile distinguerli gli uni dagli altri, e gli studiosi discutono perfino sui loro nomi. Eginhard riflette senza dubbio con molta esattezza i sentimenti nei loro confronti, nell'entourage dei Carolingi, quando si diverte a farne la caricatura con i tratti di monarchi stupidi e rustici, dalla barba incolta e gli abiti trascurati, come i contadini delle loro ultime proprietà, che, al pari di questi, si facevano trasportare da un semplice carro tirato dai buoi. Non c'è niente, neanche i loro lunghi capelli, antico simbolo germanico del potere regale, che egli non irrida senza pietà né rispetto14.



3. La nuova monarchia.

Il servizio reso da Carlo Martello alla cristianità sotto le mura di Poitiers non ha impedito alla Chiesa di serbare di lui un ricordo poco simpatico. Gli continua a portare rancore per le sue secolarizzazioni. E non ha dimenticato neanche il suo rifiuto a venire in aiuto al papato, sempre sotto la minaccia dei Longobardi, proprio dopo che Giovanni gli aveva fatto l'onore di un'ambasciata speciale, incaricata di consegnargli solennemente le chiavi della tomba degli apostoli. Meno impegnato nella guerra, suo figlio Pipino il Breve, che nel 714 gli succedette nella signoria del palazzo e nel governo del regno, ebbe invece ben presto rapporti regolari con Roma.
Quando Pipino prese il potere, presso i Germani pagani di oltre Reno si stava dando inizio alle missioni anglosassoni, sotto la direzione di S. Bonifacio (719 a 755 in Frisia). Pipino gli mostrò immediatamente uno zelo e una benevolenza a cui gli apostoli del cristianesimo non erano abituati. Ma le ragioni che lo ispiravano nascevano da un interesse politico. Egli capiva che il mezzo più efficace per attenuare la barbarie dei Frisoni, dei Turingi, dei Bavari e dei Sassoni, iniziando a farne dei vicini meno pericolosi per il regno e a prepararne la futura annessione, era prima di tutto quello di incominciare a convertirli. Da qui, l'interesse che mostrò per i progetti di Bonifacio, l'appoggio che gli accordò, i favori nei confronti della sede di Magonza, che, elevata al rango di metropoli dalla nuova Chiesa germanica, ricollegava quest'ultima, fin dal suo nascere, alla Chiesa franca.
Nel frattempo Bonifacio, figlio rispettoso del papato, nella sua qualità di Anglosassone, si era messo all'opera solo dopo aver chiesto e ricevuto assenso e istruzioni da Roma. Grazie ai rapporti stretti che intratteneva con il maestro di palazzo, si trovò quindi a essere l'intermediario naturale fra lui e il papa. Ora, le circostanze facevano sì che, poiché ognuno dei due aveva bisogno dell'altro, entrambi non chiedevano di meglio che di avvicinarglisi. Pipino, già re di fatto, aspirava a esserlo di diritto. Ma esitava a togliere la corona al suo possessore legittimo, nel quale viveva ancora una così lunga tradizione dinastica. Al fine di compiere senza scrupoli il colpo di Stato ormai inevitabile, occorreva porsi al riparo della più alta autorità morale esistente, ottenendo pubblicamente l'approvazione del pontefice romano. Anche per il papa, una situazione così insostenibile esigeva una soluzione. Era giunto il momento di rompere con l'imperatore, il cui cesarismo eretico diventava sempre più arrogante e che, per impotenza o cattiva volontà, lasciava che i Longobardi avanzassero fino alle porte di Roma. (Il re longobardo Astolfo poco dopo il 744 si era impadronito dell'esarcato.) Anche qui, era imminente un colpo di stato, per il quale l'aiuto rifiutato qualche anno prima da Carlo Martello sarebbe stato chiesto a suo figlio.
Così preparata, l'alleanza si strinse spontaneamente. Nel 751, una deputazione di Pipino si recò a chiedere con grande serietà al papa Zaccaria se non convenisse che il titolo regale dovesse appartenere a colui che esercitava l'autorità suprema, piuttosto che a colui che ne possedeva soltanto le apparenze. Non meno seriamente, il papa avvalorò la loro opinione su questo punto di morale politica. Qualche settimana dopo, Pipino si faceva proclamare re da un'assemblea di grandi. L'ultimo discendente di Clodoveo, Childerico, fu inviato in un monastero dove finì i suoi giorni. Si ignora la data della sua morte. Mai dinastia scomparve in mezzo a tanta indifferenza e a seguito di un colpo di Stato più di questo, facile e necessario.
Salito al trono grazie all'appoggio del Papa, il primo re Carolingio non tardò a pagare il debito che aveva contratto. L'anno seguente, Stefano secondo si recò di persona a reclamare il suo aiuto contro i Longobardi. Dalle origini della Chiesa, era la prima volta che un papa si faceva vedere a nord delle Alpi; il dado era tratto: Roma rompeva con Costantinopoli e associava la propria fortuna a quella della dinastia che aveva appena consacrato. Pipino promise solennemente di marciare contro i Longobardi e dopo averli vinti, di dare alla Chiesa romana i territori che circondavano la città eterna. Né lui né Stefano si soffermarono un attimo a pensare che in tal modo stavano disponendo di una regione il cui proprietario legittimo era l'imperatore. La campagna, che ebbe luogo nel 754, fu vittoriosa per i Franchi15. Il papa ricevette le terre convenute: era stato fondato lo Stato della Chiesa. La capitale del mondo antico, divenuta capitale del mondo cristiano, apparteneva soltanto al successore di San Pietro. Ma allo stesso tempo, si apriva la questione della sovranità temporale del papa, gravida di complicazioni e di conflitti. La piccolezza e la debolezza dello Stato pontificio lo destinavano a soccombere di lì a poco a nuovi attacchi dei Longobardi, se non avesse potuto contare sulla protezione del conquistatore che di quei territori aveva fatto dono alla Chiesa. Come conciliare l'indipendenza del papato con il bisogno pressante di una protezione militare? In attesa di una soluzione più soddisfacente, Stefano fece fronte al problema più urgente, assegnando a Pipino un titolo vago, interpretabile in tutti i sensi, a seconda delle circostanze, ma che stabiliva fra lui e Roma un vincolo permanente, quello di patricius Romanorum, patrizio dei Romani.
La prima guerra della nuova dinastia regale fu dunque intrapresa nell'interesse della Chiesa, e ciò risponde al carattere che le fu impresso fin dall'origine. Il potere regale dei Merovingi era stato puramente laico; quello dei Carolingi presenta un'impronta profondamente religiosa. La cerimonia della consacrazione, che viene celebrata per la prima volta al momento dell'incoronazione di Pipino, fa del sovrano, in una certa misura, un personaggio sacerdotale. Egli proclama la sottomissione al comando di Dio e la volontà di servirlo, non solo facendo figurare la croce fra i suoi emblemi, ma definendosi, per umiltà cristiana, "re per grazia di Dio". Ormai - e qui la monarchia carolingia inaugura la tradizione che, dopo di lei, si manterrà per secoli - l'ideale del re non sarà più quello di essere un Cesare, un despota che attinge forza e autorità soltanto da fonti terrene; consisterà nel far regnare su questa terra i precetti divini, nel governare secondo la morale cristiana, vale a dire d'accordo con la Chiesa. Evidentemente, è l'idea che San Bonifacio e Stefano secondo dovettero comunicare a Pipino e che questi lasciò in eredità a Carlomagno16. La troviamo espressa in tutti i trattati del nono secolo sul potere regale, nella Via Regia di Smaragdo, così come nel De Rectoribus christianis di Sedulio. In realtà, essa fa della religione un affare di Stato. Solo chi appartiene alla società cristiana può appartenere alla società pubblica, e la scomunica equivale a essere messi fuori legge.


CAPITOLO TERZO La restaurazione dell'Impero d'Occidente.

1. Carlomagno (768-814).

Carlomagno si è dato da solo il nome di "grande", e la posterità ha ratificato questo titolo, tanto che, per un fenomeno unico, lo ha indissolubilmente unito al suo nome (Carlomagno, Carolus Magnus). Solo Cesare e Napoleone godono di una gloria altrettanto universale. Così come nelle lingue germaniche "Cesare" (kaiser) è diventato sinonimo di imperatore, in ungherese e nelle lingue slave anche Carlo (carol, kiral, kral) ha preso il significato di re. La leggenda carolingia, nel Medio Evo, è una delle fonti più ricche della letteratura in lingua volgare. È direttamente da essa che nasce il più antico poema epico in lingua francese, la Chanson de Roland. È essa che ispira ancora, in pieno Rinascimento, il Tasso e l'Ariosto.
Ma a guardare più da vicino, ci si accorge ben presto che il regno di Carlomagno, da certi punti di vista, non è altro che la continuazione e in un certo senso il prolungamento di quello di suo padre. Non presenta alcun tratto di originalità: alleanza con la Chiesa, lotta contro i pagani - i Longobardi e i Musulmani - trasformazioni di governo, attenzione agli studi, che ci si preoccupa di risvegliare dal torpore, tutto questo lo si incontra, in nuce, già sotto Pipino. Come tutti i grandi personaggi che hanno smosso la storia17, Carlo ha semplicemente dato il via all'evoluzione che i bisogni sociali e politici imponevano al suo tempo. Il suo ruolo corrisponde in maniera così totale alle tendenze nuove dell'epoca, che pare esserne lo strumento, ed è assai difficile distinguere, nel suo operato, ciò che appartiene a lui da ciò che è dovuto al semplice gioco delle circostanze.
Nel momento in cui succedette al padre (768), la questione religiosa o, se si vuole - ma è la stessa cosa all'epoca - la questione ecclesiastica dominava su tutte le altre e reclamava una soluzione. L'evangelizzazione della Germania pagana non era stata compiuta, e i rapporti del re dei Franchi con il papato, sempre minacciato dai Longobardi, non erano regolati da un modus vivendi definitivo. Si può dire che Carlo, durante la prima parte del suo regno, dedicò il meglio delle proprie forze a condurre a buon fine questo duplice compito.
Al di là del Reno, un popolo potente conservava ancora, insieme all'indipendenza, la fedeltà al vecchio culto nazionale: i Sassoni, stabilitisi fra l'Ems e l'Elba, dalle coste del Mare del Nord fino alle montagne dell'Harz. Unici, fra tutti i popoli Germanici, all'epoca del grande sconvolgimento delle invasioni, erano andati per mare in cerca di nuove terre. Durante tutto il quinto secolo, le loro imbarcazioni avevano molestato le coste della Gallia, e della Bretagna. Insediamenti Sassoni, ancor oggi riconoscibili dai nomi di certi luoghi, furono creati all'imboccatura della Canche e della Loira. Ma è solo in Bretagna che Sassoni e Angli, un popolo del sud dello Jutland, strettamente imparentato con loro, crearono una situazione duratura. Ricacciarono la popolazione celtica dell'isola nelle regioni montuose dell'est, Cornovaglia e Galles, da dove, trovandosi questa troppo stretta, nel sesto secolo, emigrò in Armorica, che da quel momento prese il nome di Bretagna, così come la Bretagna prese a sua volta dagli invasori il nome d'Inghilterra. Sette piccoli regni anglosassoni, i cui nomi sopravvivono ancor oggi in quelli di altrettante contee inglesi, si insediarono sul territorio abbandonato dai suoi antichi abitanti. Per il resto, questi Sassoni insulari non conservarono rapporti con i loro compatrioti del continente. Li avevano completamente dimenticati, al punto che all'epoca in cui, dopo essere stati evangelizzati da Gregorio Magno, intrapresero la conversione dei Germani, i loro missionari non puntarono gli sforzi verso di loro, bensì verso l'Alta Germania.
A metà dell'ottavo secolo, questi Sassoni continentali, per una fortuna singolare, si trovavano dunque a non aver subito né l'influenza romana, né quella cristiana. Mentre i loro vicini si romanizzavano o si convertivano, loro rimanevano puramente germani, e nel corso dei lunghi secoli di isolamento che vissero, le loro istituzioni primitive, così come il loro culto nazionale, si erano sviluppati e affermati. Il regno franco, con il quale confinavano, non era in grado di esercitare su di loro il prestigio e l'attrazione di cui l'impero romano, una volta, era stato oggetto, da parte dei barbari. Suoi confinanti, essi conservavano l'indipendenza alla quale tanto più tenevano in quanto permetteva loro, con il pretesto della guerra, di saccheggiarne le province limitrofe. Erano attaccati alla propria religione, marchio e garanzia di questa indipendenza.
Le campagne che Carlo condusse contro di essi dal 780 all'804, possono considerarsi le prime guerre di religione in Europa. Fino a quel momento, il cristianesimo si era diffuso presso i Germani in maniera pacifica. Ai Sassoni fu imposto con la forza. Il popolo fu costretto a ricevere il battesimo, e fu decretata la pena di morte contro tutti coloro che avessero ancora sacrificato agli "idoli". Certamente, questa novità non è altro che una conseguenza del carattere ecclesiastico di cui era appena stato investito il potere regio. Ricevendo il potere da Dio, il re non poteva più tollerare fra i sudditi dissidi in materia di culto o di fede. Rifiutare il battesimo, o, avendolo ricevuto, violarne le promesse, significava al tempo stesso uscire dalla comunione della Chiesa e mettersi fuori legge; significava commettere una duplice infedeltà verso la Chiesa e verso lo Stato. Da qui, le violenze e i massacri delle guerre contro i Sassoni e da qui, anche l'accanimento con cui essi difesero i loro dèi, divenuti i protettori della loro libertà. Per la prima volta, il cristianesimo si scontrò con la resistenza nazionale dei pagani, perché per la prima volta fu portato loro attraverso la conquista. Gli Anglosassoni si erano convertiti alla parola di qualche monaco. I Sassoni del continente lottarono disperatamente per mantenere il proprio culto e questa lotta apre la serie di sanguinosi conflitti che, con l'andare del tempo, la dottrina della religione di Stato avrebbe scatenato.
D'altronde, bisogna riconoscere che la sicurezza del regno franco imponeva la conquista di quel popolo che, a nord, rappresentava per lui una minaccia permanente. L'annessione e la conversione della Sassonia introdussero tutta l'antica Germania nella comunità della civiltà europea, e quando furono ultimate, la frontiera orientale dell'impero Carolingio raggiunse l'Elba e la Saale. Di là, arrivava fino all'estremità dell'Adriatico, attraverso le montagne della Boemia e il Danubio, inglobando il paese dei Bavari, dove il duca Tassilo fu deposto nel 787. Oltre quei confini, c'era il regno della barbarie. Gli Slavi a est, gli Avari a sud.
Ben presto fu necessario combattere gli Avari. Questo popolo di cavalieri di origine finnica, che abbiamo visto nel sesto secolo annientare i Gepidi con l'aiuto dei Longobardi, da allora si era stabilito nella valle del Danubio da dove non dava tregua né all'Impero bizantino né alla Baviera. Per venirne a capo furono necessarie molte spedizioni, vere e proprie campagne di sterminio. Gli Avari furono massacrati al punto da scomparire come popolo e ai nostri giorni, il proverbio russo: "È scomparso come gli Avari" ricorda l'impressione che dovette produrre nell'Europa orientale l'annientamento di quei saccheggiatori selvaggi e crudeli che per un secolo avevano fatto pesare sugli Slavi dei Carpazi una tirannia insopportabile. Terminata l'operazione, Carlo, per prevenire nuove aggressioni, istituì, attraverso la valle del Danubio, una marca, vale a dire un territorio di guardia soggetto a un'amministrazione militare. Fu la "marca" orientale (marca orientalis), punto di partenza dell'Austria moderna che ne ha conservato il nome.
Prima della fine del settimo secolo gli Slavi erano avanzati in Europa centrale. Avevano preso possesso del paese abbandonato dai Germani fra la Vistola e l'Elba, e dai Longobardi e dai Gepidi in Boemia e Moravia. Da lì, avevano attraversato il Danubio ed erano penetrati in Tracia dove si erano sparsi fino alle coste dell'Adriatico.
Anche da quel lato occorreva garantire la sicurezza dell'Impero. Dopo l'807 altre "marche" furono istituite lungo l'Elba e la Saale, a sbarrare il passo alle tribù slave dei Serbi, dei Sorabi e degli Obodriti.
Questa frontiera, come lo era stato il Reno nel quarto e quinto secolo, fu anche la frontiera tra l'Europa cristiana e il paganesimo. Per una valutazione delle idee religiose del tempo, è interessante osservare che in quel momento vi fu un temporaneo ritorno alla schiavitù. Poiché il paganesimo escludeva gli Slavi dalla comunità degli umani, quelli fra loro che erano fatti prigionieri, venivano venduti come semplice bestiame. Così, la parola che in tutte le lingue occidentali designa lo schiavo (esclave, sklave, slaaf) non è altro che il nome del popolo slavo. Lo "slavo", per la gente del nono e del decimo secolo, fu come il "nero" per quella dei secoli diciassettesimo, diciottesimo e diciannovesimo. Ma l'organizzazione economica dell'epoca, lo si vedrà più avanti, non sapeva che farsene del lavoro servile, ed è senza dubbio a questa circostanza che si deve lo scarso sviluppo del commercio degli schiavi, e, quindi, della schiavitù.
All'altro capo d'Europa, lungo i Pirenei, il regno non confinava con i barbari pagani, bensì con i Musulmani. Da quando erano stati sconfitti a Poitiers, non avevano più minacciato la Gallia. La retroguardia che avevano lasciato nel paese di Narbonne ne era stata ricacciata da Pipino il Breve. La Spagna, dove si era insediato il califfato di Cordova, non guardava più a nord, e la brillante civiltà che vi si diffuse sotto i primi Ommiadi volgeva tutta l'attività verso gli insediamenti islamici delle rive del Mediterraneo. La rapidità con cui l'Islam sviluppò le scienze, le arti, l'industria, il commercio e tutte le raffinatezze delle società civili, è strabiliante quasi quanto la rapidità delle sue conquiste. Ma la conseguenza di questo sviluppo fu, naturalmente, uno spostamento delle energie dalla grande impresa del proselitismo, per concentrarle su di sé. Nel momento in cui la scienza progrediva e l'arte sbocciava, sorsero contese religiose e politiche da cui la Spagna non veniva risparmiata più di quanto accadesse al resto del mondo musulmano. È una di queste che determinò la spedizione di Carlo oltre i Pirenei. Tre emiri arabi di Spagna, in lotta con il califfo di Cordova, gli avevano chiesto aiuto. Nel 778 egli si presentò di persona alla testa di un'armata, ricacciò i Musulmani al di là dell'Ebro, ma fallì l'assedio a Saragozza18 e riattraversò le montagne dopo una campagna poco gloriosa. Il solo risultato di questo intervento fu l'istituzione della "marca" di Spagna tra l'Ebro e i Pirenei, che in seguito, i piccoli regni cristiani formatisi sui monti delle Asturie utilizzarono come postazione avanzata contro gli Arabi nella lunga lotta che si sarebbe conclusa, nel quindicesimo secolo, con la liberazione della Penisola19. Per i contemporanei, la spedizione passò quasi inosservata. Il ricordo del conte Orlando, ucciso in una scaramuccia con un manipolo di Baschi che, nella gola di Roncisvalle, si erano gettati sulle salmerie dell'esercito, dapprincipio si tramandò solo fra la gente della sua terra, nel paese di Coutances. Fu necessario l'entusiasmo religioso e guerresco che si impossessò dell'Europa all'epoca della prima Crociata, per fare di Orlando il più eroico fra i prodi dell'epopea francese e cristiana e trasformare la spedizione dove egli trovò la morte in una lotta immane intrapresa contro l'Islam da "Carles, li reis nostre emperere magne".
Di tutte le guerre di Carlomagno, quelle da lui intraprese contro i Longobardi sono le più importanti per le conseguenze politiche e anche quelle dove emerge più chiaramente il legame che unisce intimamente l'agire di Carlo a quello del padre. L'alleanza con il papato le rendeva necessarie, non solo nell'interesse del paese, ma anche di quello del re dei Franchi. Alla fine del suo regno, Pipino aveva sperato in un accordo pacifico con i Longobardi. Carlo sposò quindi la figlia del loro re Desiderio. Ma la sorte di questo matrimonio fu quella di tutte le unioni tra prìncipi dove non esiste comunione di vedute, né unità di interessi: non servì a niente. I Longobardi continuarono a minacciare Roma e il loro re ordì anche contro suo genero pericolosi intrighi con il duca dei Bavari e con la stessa cognata di Carlo. Questi ripudiò la moglie e passò le Alpi nel 773. La dinastia fu spodestata e Carlo si proclamò direttamente re dei Longobardi. Desiderio, dopo una lunga resistenza in Pavia, fu inviato in un monastero.
Così lo Stato longobardo, la cui nascita aveva posto fine all'unità politica dell'Italia, morendo attirò su di essa la conquista straniera. Ormai l'Italia non era più che un'appendice della monarchia franca, da cui si sarebbe staccata, alla fine del nono secolo, per cadere poco dopo sotto la dominazione tedesca. Con un capovolgimento completo del corso della storia, questo paese, che una volta si era annesso il nord dell'Europa, ne veniva ora annesso; e, in un certo senso, questo destino non è altro che la conseguenza degli sconvolgimenti politici che avevano spostato dal Mediterraneo al nord della Gallia il centro di gravità del mondo occidentale.
Tuttavia, è Roma - ma la Roma dei papi - ad aver deciso della sua sorte. Non si vede quale interesse avrebbe spinto i Carolingi ad attaccare e conquistare il regno longobardo, se l'alleanza con il papato non ce li avesse costretti. L'influenza che la Chiesa, sbarazzatasi della tutela di Bisanzio, esercita ormai sulla politica dell'Europa, appare qui per la prima volta in piena luce. Lo Stato non può più ignorare la Chiesa; fra loro si forma un sodalizio di favori reciproci che, mescolando continuamente il loro agire, mescola continuamente anche le questioni spirituali a quelle temporali e fa della religione un fattore essenziale dell'ordine politico. La ricostituzione dell'Impero romano, nell'800, è la manifestazione definitiva di questa situazione nuova e la garanzia della sua durata per l'avvenire.



2. L'Impero.

Allargata dalla conquista a est, fino all'Elba e al Danubio, a sud fino a Benevento e all'Ebro, la monarchia franca, alla fine dell'ottavo secolo, ingloba pressappoco tutto l'Occidente cristiano. I piccoli regni anglosassoni e spagnoli che non ha assorbito, sono in numero trascurabile e del resto le prodigano la testimonianza di una deferenza che, praticamente, equivale al riconoscimento del suo protettorato. Infatti, la potenza di Carlo si estende a tutti i paesi e a tutti gli uomini che riconoscevano nel papa di Roma il vicario di Cristo e il capo della Chiesa. Al di fuori di essa, c'è il mondo barbaro del paganesimo, o il mondo nemico dell'Islam, o infine, il vecchio Impero bizantino, cristiano, senza dubbio, ma di un'ortodossia assai capricciosa, che si stringeva sempre più intorno al patriarca di Costantinopoli e lasciava in disparte il papa. Inoltre, il sovrano di questa immensa monarchia è a un tempo debitore e protettore della Chiesa. La sua fede è solida quanto ardente è il suo zelo per la religione. Non ci si può quindi stupire, in queste condizioni, che alle deliberazioni del papato si sia presentata spontaneamente l'idea di approfittare di un momento così favorevole per ricostituire l'impero romano, ma un Impero romano il cui capo, incoronato dal papa in nome di Dio, dovrà il proprio potere solo alla Chiesa e vivrà solo per aiutarla nella sua missione; un Impero che, non avendo origine laica, non dovendo niente agli uomini, non formerà uno Stato nel vero senso del termine, ma si confonderà con la comunità dei fedeli di cui sarà l'organizzazione temporale, diretta e ispirata dall'autorità spirituale del successore di san Pietro. Così, la società cristiana assumerà forma definitiva. L'autorità del papa e quella dell'imperatore, pur rimanendo distinte l'una dall'altra, saranno tuttavia strettamente unite, quanto lo sono, nel corpo umano, l'anima e la carne. Si realizzerà quanto auspicato da Sant'Agostino. La città terrena non sarà che la preparazione del cammino verso la città celeste. Concezione grandiosa, ma esclusivamente ecclesiastica, di cui Carlo sembra non avere mai colto esattamente tutta la portata e tutte le conseguenze. Il suo genio semplice e pratico non ha saputo comprendere che il ruolo che gli veniva assegnato andava ben oltre quello di semplice protettore del papa e della religione. Forse lo sospettò e, prima di passare il Rubicone in favore della Chiesa manifestò qualche esitazione e chiese chiarimenti. Per tagliare corto, il papa, che aveva fiducia in lui, ha affrettato le cose.
Nell'anno 800, nella basilica del Laterano, alla fine della messa di Natale, Leone terzo, accostandosi al re dei Franchi fra le acclamazioni del popolo, gli pose la corona sul capo e, dopo averlo salutato col nome di imperatore, si prosternò davanti a lui e lo "adorò", secondo il cerimoniale bizantino. Il passo decisivo era compiuto. L'impero romano era ricostituito, e lo era per mano del successore di Pietro.
Carlo ne provò un certo fastidio. Dovette trovare strano, lui che era venuto a Roma solo per sedare una rivolta e che qualche giorno prima si era seduto in giudizio fra il papa e i nobili della città, di ricevere la corona imperiale da colui che considerava suo protetto. Nell'813 fece cambiare il cerimoniale che lo aveva urtato, in favore del figlio Luigi: la corona fu posta sull'altare e Luigi se la pose da solo sul capo, senza l'intervento del papa. Questa novità, che in seguito scomparve, tutto sommato, non cambiava niente al carattere dell'impero. Bene o male, esso restava una creazione della Chiesa, qualcosa di esterno e di superiore al monarca e alla dinastia. Le sue origini erano a Roma e solo il papa disponeva di lui.
Ne disponeva, beninteso, non come principe di Roma, ma come successore e rappresentante di Pietro. Così come l'autorità gli veniva dall'apostolo, allo stesso modo era in nome dell'apostolo che egli conferiva il potere imperiale. L'una e l'altro discendevano direttamente dalla stessa fonte divina, e il mosaico di San Giovanni in Laterano, che raffigura Leone terzo e Carlomagno inginocchiati ai piedi di San Pietro, nell'atto di ricevere da lui, l'uno le chiavi, l'altro lo stendardo, simbolizza in maniera molto precisa la natura dei loro poteri, indistinti per quanto riguarda l'origine, ma distinti per quanto riguarda l'esercizio20.
Ma perché la pratica corrisponda alla teoria, perché il potere spirituale e il potere temporale non sconfinino l'uno nell'altro, o piuttosto perché i loro sconfinamenti inevitabili non provochino conflitti e non scuotano il maestoso edificio che poggia su di essi, occorre che siano uniti e, per così dire, ritmati dalla reciprocità di una fiducia intima e assoluta. Infatti, preposti entrambi l'uno al governo delle anime, l'altro al governo dei corpi, chi additerà loro il limite esatto delle reciproche competenze? Ed è tanto più impossibile tracciarlo, in quanto l'autorità del papa sulla gerarchia cattolica è ancora mal definita. L'imperatore nomina vescovi, convoca sinodi, legifera in materia di disciplina ecclesiastica e di istruzione religiosa. Se questo lo fa un Carlomagno, non sorgono inconvenienti. Ma dopo di lui! Come garantire il papa contro le intenzioni dei suoi successori? E come, d'altra parte, garantire quei successori, contro le intenzioni del papa? Infatti, se la concezione imperiale introduce lo Stato nella Chiesa, introduce anche la Chiesa nello Stato. E che cosa succederà il giorno in cui il successore di Pietro si riterrà costretto a intervenire nel governo civile per rettificarlo o per guidarlo?
In attesa che l'avvenire veda nascere e dibattersi questi gravi interrogativi, la restaurazione dell'impero torna evidentemente a vantaggio della società religiosa e di quella civile. Grazie allo zelo e alla vigilanza dell'imperatore, la Chiesa gode di una serenità, di un'autorità, di un'influenza e di un prestigio che non aveva più conosciuto dai tempi di Costantino. La sollecitudine di Carlo si estende ai bisogni materiali del clero, al suo stato morale e al suo apostolato. Egli ricolma di donazioni le curie vescovili e i monasteri e li pone sotto la protezione di "procuratori" che nomina personalmente: rende le decime obbligatorie in tutta l'estensione dell'impero. Si preoccupa di mettere a capo delle diocesi soltanto uomini affidabili sia per purezza di costumi che per dedizione; sui territori di confine appoggia l'evangelizzazione degli Slavi, soprattutto esorta i vescovi a migliorare l'istruzione del clero e, assecondato dal fedele Alcuino, impone alle scuole cattedrali e monastiche la cura delle regole esatte del canto e quella riforma della scrittura da cui è nata la minuscola carolina dalle forme tanto pure e nitide che da essa gli stampatori italiani del Rinascimento hanno preso i caratteri della tipografia moderna. Lo studio dei Libri Sacri come quello delle lettere antiche vengono restituiti agli onori, e nelle scuole si forma una generazione di religiosi che professa per la barbarie del latino merovingio lo stesso disprezzo che gli umanisti avrebbero testimoniato, sette secoli dopo, per il gergo scolastico dei magistri nostri. C'è chi arriva a iniziarsi ai ritmi più vari della prosodia, tanto che gli studiosi dei nostri giorni hanno potuto compilare una raccolta dei poeti del nono secolo a cui non manca, a tratti, piacevolezza e sapore. Ma si trattava solamente di svaghi di amanuensi dall'ispirazione e dalla tendenza essenzialmente religiose. Il cosiddetto rinascimento carolingio è agli antipodi del Rinascimento vero e proprio. Niente li accomuna, se non un rinnovarsi dell'attività intellettuale. Questo, puramente laico, torna al pensiero antico per farsene penetrare. Quello, esclusivamente ecclesiastico e cristiano, vede negli antichi solo un modello di stile. Lo studio si giustifica esclusivamente per gli scopi religiosi che lo caratterizzano. Le tre dita che reggono la penna - si dice - sono il simbolo delle tre persone della santissima trinità. Come i Gesuiti del sedicesimo secolo, gli uomini di Chiesa dell'epoca carolingia scrivono solo per la gloria di Dio, e, a patto di non forzare l'accostamento, si può riscontrare come la posizione da loro assunta nei confronti dell'Antichità sia alquanto simile a quella più tardi adottata dalla celebre Compagnia.
Carlo non ha favorito gli studi solo per sollecitudine verso la Chiesa; la preoccupazione del governo ha anch'essa contribuito alle misure da lui adottate per favorirli. Da quando non c'era più l'istruzione laica, lo Stato era costretto a reclutare fra il clero l'élite del proprio personale, pena la ricaduta nella barbarie. Già sotto Pipino il Breve la cancelleria era composta unicamente di ecclesiastici ed è lecito ritenere che Carlo, ordinando di perfezionare l'insegnamento della grammatica e di riformare la scrittura, abbia avuto in mente tanto la correttezza linguistica e calligrafica delle nomine rilasciate in suo nome o dei capitolari da lui stesso promulgati, quanto quella dei messali e degli antifonari. Ma è andato più lontano e ha puntato più in alto. Si coglie in lui, e anche in maniera assai chiara, l'idea di far penetrare l'istruzione tra i funzionari laici, mettendoli alla scuola della Chiesa, o per meglio dire, facendoli educare nelle scuole della Chiesa. Come i Merovingi per la loro amministrazione avevano cercato di ricalcare l'esempio di quella romana, così Carlo, per la formazione dei funzionari dello Stato, ha voluto imitare, per quanto possibile, i metodi utilizzati dalla Chiesa per la formazione del clero. Il suo ideale è stato senza dubbio quello di organizzare l'impero sul modello della Chiesa, vale a dire di provvederlo di funzionari istruiti, vestiti allo stesso modo, che, fra loro e con il sovrano, si servissero della lingua latina la quale, dall'Elba ai Pirenei, avrebbe dovuto diventare la lingua amministrativa, come già era lingua religiosa. Il suo genio pratico non poteva non rendersi conto dell'impossibilità di mantenere l'unità amministrativa del suo immenso impero, dove si parlavano tanti dialetti, per mezzo di funzionari illetterati, che conoscevano soltanto la lingua del proprio paese. L'inconveniente non sarebbe esistito in uno Stato nazionale dove la lingua volgare potesse diventare la lingua di Stato, come lo era nei piccoli regni anglosassoni. Ma in quella tavolozza di popoli che era l'impero, l'organizzazione politica doveva rivestire lo stesso carattere universale dell'organizzazione religiosa e sovrapporsi in maniera identica a tutti i sudditi, proprio come quella abbracciava tutti i credenti. Anche l'alleanza stretta fra Chiesa e Stato finiva per raccomandare il latino come lingua dell'amministrazione laica. Quale che sia l'ottica in cui ci si pone, appare evidente che non poteva esistere alcuna amministrazione scritta al di fuori di questa lingua. Il bisogno dello Stato lo imponeva; il latino divenne, e sarebbe rimasto per secoli, sia la lingua della politica e degli affari, che quella della scienza.
Ma Carlo fu ben lontano dal riuscire a creare quella classe di funzionari istruiti, latinizzati, che avrebbe voluto lasciare in eredità ai propri successori. Il compito era troppo pesante e troppo vasto. Ma vi mise una buona volontà e una sincerità toccanti. Lui stesso, pagando di persona, imparò a scrivere in vecchiaia, e forse niente meglio del passaggio di Eginardo, che ce lo mostra intento a occupare le ore d'insonnia notturna compitando lettere sull'ardesia, mette in luce l'energia e la perseveranza di questo grand'uomo. A corte, una specie di piccola accademia diretta da Alcuino educava alle lettere giovani appartenenti alle più grandi famiglie dell'impero, destinati a fare carriera nella Chiesa come vescovi, o nell'amministrazione come conti, sovrintendenti, o missi. I suoi figli ricevettero tutti l'istruzione grammaticale e retorica di cui era fatto l'insegnamento letterario e non c'è dubbio che l'esempio partito da così in alto non abbia trovato nell'aristocrazia un buon numero di imitatori21. I pochi laici, uomini e donne, che sotto Ludovico il Pio e i suoi figli hanno scritto opere latine, come Nithard e Duodha, o che, come il conte Eberardo del Friuli e il conte Robert de Namour, ebbero qualche simpatia per le lettere, dimostrano che tutti questi sforzi non furono vani. Ma il tentativo di estendere alle classi superiori l'insegnamento ecclesiastico, nato dal desiderio di perfezionare l'organizzazione dell'impero, non le sarebbe sopravvissuto.
Le istituzioni della Chiesa hanno ispirato a Carlo ben altre riforme. I suoi capitolari, redatti sul modello delle decisioni promulgate dai concili e dai sinodi, sono ricchi di esperimenti di riforme, di tentativi di miglioramento, di velleità di perfezionamento o di innovazione in tutti i campi della vita civile e amministrativa. Nel tribunale di palazzo, al posto della procedura barbara e formalista del diritto germanico, Carlo introdusse la procedura per inchiesta, che prese dai tribunali ecclesiastici. Anche l'idea del controllo amministrativo, realizzata con la creazione dei missi dominici, commissari itineranti incaricati di sorvegliare la condotta dei funzionari, molto probabilmente si ispira a un'istituzione della Chiesa, adattata alle necessità dello Stato.
Ma il bisogno di miglioramento e di riforme che caratterizza tutta l'opera legislativa di Carlo, non è altro che la prosecuzione, o per meglio dire, la fioritura di tentativi che si colgono già con Pipino il Breve. Questi aveva pensato a come porre rimedio al caos in cui era caduta l'organizzazione monetaria. Carlo realizzò l'opera iniziata. Abbandonò definitivamente la ricerca dell'oro, divenuto troppo raro in Occidente per poter alimentare il conio della moneta. Da allora ci furono soltanto monete d'argento; il rapporto che egli stabilì fra le monete è rimasto in uso in tutta Europa fino all'adozione del sistema metrico ed esiste tuttora nell'impero inglese. L'unità è la libbra, divisa in 20 soldi, ciascuno dei quali comprende 12 denari. Solo i denari sono monete reali: il soldo e la libbra servono unicamente come monete di conto, e così sarebbe stato fino alle grandi riforme monetarie del tredicesimo secolo.
Naturalmente, è impossibile pensare a dare anche soltanto un'idea approssimativa del contenuto dei capitolari. In massima parte essi indicano più un programma che non riforme effettive, e ci si sbaglierebbe di grosso pensando che le innumerevoli decisioni in essi contenute abbiano potuto essere attuate. Anche quelle che lo furono, come ad esempio l'istituzione dei tribunali degli scabini, sono ben lungi dall'essersi diffuse in tutto l'impero. Così come sono, i capitolari rimangono il più bel monumento che ci abbia conservato l'epoca carolingia. Ma evidentemente, le forze della monarchia non rispondevano agli intenti: il personale di cui disponeva era insufficiente, e, soprattutto, essa incontrava nella potenza dell'aristocrazia un limite che non poteva né superare, né sopprimere. La realizzazione dell'ideale politico-religioso del monarca carolingio richiedeva una potenza, un'autorità e risorse di cui l'organizzazione sociale ed economica dell'epoca non gli consentiva di disporre.


CAPITOLO QUARTO L'organizzazione economica e sociale.

1. La scomparsa delle città e del commercio.

Da un punto di vista sociale il fatto più importante del periodo che va dalle invasioni musulmane all'epoca carolingia, è l'estinzione rapida, e poi la scomparsa pressoché completa della popolazione urbana. Nell'Impero romano le città costituivano, fin dall'origine, la base stessa dello Stato. L'organizzazione politica è essenzialmente municipale. La campagna non è che il territorio della città, non esiste indipendentemente da quella, non produce che per quella e non è retta che da quella. Ovunque sia giunto, lo Stato romano ha fondato città facendone i centri dell'amministrazione. Nell'Impero romano, le province sono così intimamente legate alla città da cui dipendono, che la stessa parola, civitas, designa sia la città che la provincia. E questo carattere permane fino alla caduta dell'impero bizantino.
Pertanto, la costituzione di Stati la cui organizzazione amministrativa e sociale cessa di corrispondere al modello urbano dello Stato romano è una novità assai sorprendente, qualcosa di sconosciuto, fino a quel momento, nel mondo occidentale. Deve la sua origine, almeno per quanto riguarda il ruolo amministrativo delle città, all'impossibilità in cui si sono trovati i conquistatori dell'impero di conservarne integralmente le istituzioni. Infatti, sono le istituzioni dell'impero che, nelle province occupate dagli invasori - Gallia, Spagna, Italia, Africa, Bretagna - assicuravano l'esistenza delle città. Senza dubbio, lungo le coste, alcune di quelle - Marsiglia, Narbonne, Napoli, Cartagine - praticavano un commercio marittimo più o meno importante e, all'interno del paese, quasi tutte svolgevano un'attività commerciale regolare; inoltre, la maggior parte della popolazione si componeva di una borghesia di artigiani e di negozianti. Ma nessuna di esse era paragonabile ai grandi porti o ai grandi centri industriali dell'Oriente: Alessandria, Costantinopoli o Antiochia. Infatti, si reggevano assai più sull'organizzazione generale dell'attività politica ed economica del mondo romano che sulle proprie forze. Ciò che le rendeva importanti, è il posto che occupavano nello Stato, la loro qualità di centri amministrativi, la presenza di un gran numero di funzionari e i rapporti che la popolazione della provincia intratteneva necessariamente con loro. In breve, la loro situazione assomigliava a quella delle città moderne che fanno spicco solo perché sono la residenza di una corte principesca, o hanno il vantaggio di essere sede di qualche grande istituzione dello Stato. In questo senso, Roma stessa non era diversa dalle città di provincia se non per lo splendore e l'importanza dovuta alla presenza dell'imperatore e del governo centrale. La storia della sua decadenza, a partire dal momento in cui Costantino la privò del rango e dei profitti di capitale del mondo, si ripete in proporzioni ridotte in tutte le città dell'Occidente: in seguito ai guasti provocati dall'invasione prima, e dal governo dei re germanici poi, i funzionari le abbandonano, gli uffici, i tribunali, le scuole si chiudono, la posta non funziona più, l'inerzia e l'incapacità dell'amministrazione fa andare in rovina ponti e acquedotti, e fa scomparire la polizia e il rifornimento di viveri.
Fino all'epoca delle conquiste musulmane, il commercio marittimo aveva conservato ancora alle città della costa un'attività di cui avevano beneficiato le regioni limitrofe dell'interno. Aveva perduto, è vero, il suo principale mercato d'esportazione da quando Roma, impoverita e spopolata, non chiedeva più, per la propria sussistenza, il grano delle province. Tuttavia, fino alla metà del settimo secolo, mercanti siriani ed ebrei avevano frequentato ancora assiduamente i porti occidentali e il Mediterraneo. Al tempo di Gregorio di Tours, a Clermont-Ferrand esisteva ancora una colonia ebrea di una certa importanza. Il papiro usato dalla cancelleria merovingia veniva importato dalla Sicilia, e ciò prova che la navigazione forniva ancora oggetti di consumo corrente. Ma questi rapporti con il mondo bizantino cessarono a partire dal giorno in cui il predominio dell'Islam non permise più ai commercianti cristiani di arrischiarsi al di là delle acque greche e dell'Italia meridionale. Da allora, il mare non fu più, per i paesi dell'Occidente, il grande stimolo dello spirito d'avventura. Lo si guardò soltanto con il terrore di vedere spuntare all'orizzonte le vele del nemico. E così, come il Mediterraneo era in potere dei Musulmani, il Mare del Nord era infestato dalle imbarcazioni degli Scandinavi. Bagnato dal mare a sud, a nord e a ovest, l'impero carolingio non presenta più la minima traccia di attività marittima. I suoi soli porti, Quentovicus, all'imboccatura della Canche e Duurstede, conserveranno ancora una certa attività commerciale fino al nono secolo; poi, devastati dai Normanni, cadranno in una completa decadenza. A partire dall'ottavo secolo, l'Europa occidentale visse per trecento anni tagliata fuori da tutti i paesi d'oltremare.
Ne doveva risultare un arresto pressoché totale del commercio e, fatta eccezione per qualche industria locale, come quella tessile ancora presente in Fiandra, una quasi completa scomparsa dell'attività industriale e della circolazione monetaria.
Da allora, nelle città spopolate, i quartieri deserti vanno in rovina e servono da cave di pietra ai rari abitanti che, raggruppati in un angolo dell'antica cinta, vi si rinchiudono e si riparano, utilizzando i materiali forniti dai monumenti in abbandono. A Nîmes, le mura del circo romano fanno da roccaforte al borgo che si annida tra le macerie. A Trèves, una finestra dell'antico palazzo imperiale, adattata alla meglio per la difesa, diventa una porta della città, e dalla porta migra, i cui blocchi di pietra sono troppo pesanti per essere trasportati, vengono tolte le grappe di ferro che li tenevano uniti, a uso del fabbro del luogo. Anche in Italia dove, pure, la decadenza è meno profonda, la situazione non manca di essere deplorevole. Roma è come spersa, nell'immensa cinta che le mura aureliane disegnano intorno a quel che rimane della città. Nell'848, il papa Leone deve far recintare (città Leonina) le zone abitate della riva sinistra del Tevere e trasformare in fortezza la tomba dell'imperatore Adriano per mettere la città al riparo da un colpo di mano.
In Gallia, la vita urbana si estingue completamente, tanto che i re cessano di risiedere nelle città, dove la totale mancanza di scambi non permette loro di reperire gli approvvigionamenti sufficienti a mantenere la corte. Ormai passano tutto l'anno nei propri possedimenti, spostandosi dall'uno all'altro, man mano che ne hanno svuotato fienili e granai. Come i re, anche i funzionari delle province vivono in campagna, nelle loro terre o su quelle dei loro amministrati, ai quali applicano a proprio vantaggio il diritto di vitto e alloggio. Per un curioso fenomeno di regressione, l'amministrazione, perdendo la propria fisionomia urbana, da sedentaria che era, diventa nomade.
Ma per quanto in rovina e spopolate, le città non hanno perso tutta la loro importanza. Abbandonate dall'amministrazione civile, rimangono tuttavia centri dell'organizzazione religiosa. La sede episcopale, istituita sotto l'impero in ogni capoluogo, rimane in piedi e la forte struttura romana della Chiesa continua a ergersi in mezzo alle rovine dello Stato. In una società divenuta esclusivamente agricola, qualcosa del carattere municipale dello Stato antico si conserva, e ciò grazie alla Chiesa. È a lei che le città devono di non essere scomparse completamente, in attesa del giorno, ancora lontano, in cui diventeranno culla di una nuova borghesia.
Così come il papa, dopo l'abbandono di Roma da parte dell'imperatore, si assume il compito di proteggere e di amministrare gli abitanti della Città eterna, altrettanto in ogni città il vescovo estende la propria autorità sui pochi abitanti che si riuniscono intorno alla cattedrale e provvedono alla sussistenza del clero. La vita e l'organizzazione religiosa mantengono in tal modo, in mezzo alle rovine delle città antiche, una piccola clientela laica, che perpetua, bene o male, l'esercizio dei mestieri e della tecnica romana, ma che non ha più niente in comune, né per lo spirito che la anima, né per l'amministrazione che la governa, con le popolazioni municipali di un tempo.

2. Le grandi proprietà terriere.

Il decadimento delle città portò a una profonda trasformazione dell'economia rurale. I prodotti del suolo, che venivano smerciati nei mercati urbani, persero a poco a poco i compratori. Venendo a cessare la divisione del lavoro sociale, che in tutte le società avanzate mette città e campagne in reciproco rapporto di produzione e consumo, accadde che la popolazione agricola non produsse più che per i propri bisogni, o se si vuole, che, rappresentando ormai da sola tutta la nazione, si trovò a essere, all'improvviso, produttore e consumatore dei prodotti della terra. Non vi fu più che un solo tipo di ricchezza, la ricchezza terriera: un solo tipo di lavoratore, il lavoratore della gleba, e i soli rapporti economici esistenti fra gli uomini furono condizionati dalla loro qualità di proprietari o di vassalli.
È impossibile farsi un'idea precisa, per mancanza di informazioni, della crisi agricola che dovettero provocare la contrazione dei mercati urbani prima e poi la loro completa decadenza. È assai probabile che sia giunta a rovinare i piccoli proprietari che ancora restavano. Quanto ai grandi possedimenti, ebbe certamente come risultato di estenderne le dimensioni e di modificarne l'organizzazione. Ne accrebbe l'estensione, costringendo i piccoli coltivatori, privati di sbocchi e quindi di risorse, ad annettersi alla proprietà vicina, cedendole la propria terra a patto di conservarne il godimento a titolo di vassallaggio. Ne modificò l'organizzazione per la necessità che impose loro di adattarsi a un regime dove la produzione in vista della vendita è scomparsa. La trasformazione dovette iniziare fin dal quinto secolo e alla fine dell'ottavo è del tutto compiuta. Il risultato è la grande proprietà terriera dell'epoca carolingia, quale ce la mostrano con tratti precisi il polittico dell'abate Irminone e il Capitulaire de villis.
Il modello a cui si ispirò fu la grande proprietà ecclesiastica, meglio organizzata perché la Chiesa non aveva abbandonato l'uso della scrittura. E si può star certi che oltre Reno, il primo modello di organizzazione demaniale è stato quello dei possedimenti ecclesiastici.
La grande proprietà terriera è un fenomeno economico assolutamente originale; mai l'antichità greco-romana, in nessun'epoca della sua storia, presenta niente di simile. Senza dubbio, si rifà per filiazione diretta alla grande proprietà degli ultimi tempi dell'impero romano; mantiene nei tratti essenziali l'organizzazione della villa romana, di cui conserva il nome, e l'influenza della colonia appare preponderante rispetto alla condizione dei suoi vassalli. Ma la sua attività, tanto in linea di principio, quanto nelle manifestazioni, è cosa affatto nuova. Si potrebbe descrivere la proprietà dicendo che la sua attività è completamente estranea all'idea di profitto. E ciò si capisce immediatamente se si considera che, non potendo regolare la produzione in vista dell'esportazione e della vendita all'esterno, la regola in funzione della distribuzione e del consumo interno. Il suo scopo è che la proprietà basti a se stessa e si mantenga con le proprie risorse, senza vendere niente e senza acquistare niente. La si definisce in genere con il nome di "economia chiusa"; ma sarebbe più esatto dire "economia senza sbocchi".
Infatti, è la mancanza di sbocchi a produrre questo ripiegamento su se stessa della struttura del latifondo. Da ciò conseguono molte importantissime implicazioni che hanno dominato tutta la vita economica del Medio Evo fino al dodicesimo secolo. In realtà, è a partire da queste implicazioni che inizierà la vita economica dell'epoca. Prima di tutto è evidente la regressione dei processi di coltivazione. Diventa inutile, infatti, che il suolo produca più di quanto non esigano i bisogni del coltivatore, perché, dal momento che il sovrappiù non può essere smaltito, non servirebbe né a migliorare la condizione del lavoratore, né ad aumentare la rendita della terra. Ci si accontenterà quindi del minimo di cure e di sforzi e si permetterà che la scienza dell'agronomia venga dimenticata, fino al giorno in cui la possibilità di vendere i raccolti non stimolerà chi possiede della terra ad adottare metodi più perfezionati e quindi più lucrativi. Ma a quel punto, la terra incomincerà a essere apprezzata come un valore, e non più come un semplice mezzo di sussistenza.
Un'altra caratteristica dello sfruttamento delle proprietà è la sostituzione pressoché completa delle prestazioni in natura ai pagamenti in moneta. È ovvio che si tratta di una conseguenza naturale e necessaria della mancanza di vendita all'esterno. Il proprietario la cui sopravvivenza dipende dalla terra che possiede, fissa in prodotti naturali, talvolta anche in materie prime lavorate dal contadino, la quota parte di ogni dipendenza del feudo in termini di quello che si potrebbe chiamare il suo reddito alimentare. In epoche prefissate, e rispettando una ripartizione permanente, ognuna di esse dovrà consegnargli cereali, uova, formaggio, carni affumicate e aune di tela. Si sbaglia di molto se si pensa di trovarsi di fronte a un ritorno ai tempi che precedettero l'invenzione della moneta, e l'espressione alquanto infelice di economia naturale (Natural Wirtschaft) con cui si definisce in genere questo sistema ne rende solo in maniera assai imperfetta la natura. In realtà, la moneta non cessa di esistere come strumento di scambio e misura di valore. Non risulta che dal nono al dodicesimo secolo sia stata sostituita da qualsivoglia prodotto naturale che ne abbia svolto le funzioni. Si può soltanto dire che, all'interno della proprietà, ha ceduto il posto in maniera del tutto naturale alla pratica delle forniture in beni di consumo, imposta dalla necessità. Al di fuori, essa riprende i propri diritti, e in denaro e in oboli vengono pagate le scarse derrate, uova e pollame che settimanalmente i contadini portano sui piccoli mercati locali di cui nessuna società può fare a meno del tutto.
Occorre considerare poi che la prestazione di ogni dipendenza è fissa e che, in cambio, il vassallo gode di un diritto ereditario alla terra che occupa. Anche questo è la conseguenza rigorosa di un'organizzazione economica estranea all'idea del profitto. Ciò che importa al proprietario è la regolarità annuale della propria alimentazione e non esiste mezzo migliore per garantirla, del darle il connotato di un'imposta permanente. Fra il signore della proprietà e i suoi contadini, non esiste alcun rapporto paragonabile a quello che subordina i lavoratori a un capitalista. La proprietà non costituisce a nessun titolo uno sfruttamento, né del suolo, né degli uomini. È un'istituzione sociale, non un'impresa economica. Gli obblighi non derivano da contratti personali, ma poggiano sul diritto e sulla consuetudine. Ogni proprietà ha la sua legge speciale, fissata da usanze tradizionali. Il signore è, a un tempo, meno e più di un proprietario terriero, secondo la concezione romana o moderna del termine: meno, perché il suo diritto di proprietà è limitato dai diritti ereditari che i suoi vassalli vantano sul loro fondo; più, perché la sua azione su questi vassalli va molto al di là di quella di un semplice proprietario del suolo.
Infatti, lui è il loro signore, e loro, i suoi uomini, molti dei quali, discendenti da schiavi affrancati o da servitori, fanno parte del suo patrimonio. Altri, eredi dei coloni dell'epoca romana, appartengono alla gleba. Altri ancora, che si sono legati a lui per raccomandazione, vivono sotto la sua protezione. Su tutti, a livelli diversi, egli esercita un'autorità patriarcale ed estende la sua giurisdizione privata. È questo gruppo familiare che egli protegge e domina, a renderlo potente. Perché, in un'epoca in cui la popolazione è debole, gli uomini sono assai più importanti della terra: questa sovrabbonda, quelli sono rari e l'importante è custodire con cura coloro che si possiede. Pertanto, gli ostacoli che impediscono all'uomo di abbandonare la proprietà si moltiplicano. Il signore vanta sui servi un diritto di procedimento giudiziario: essi non possono, senza il suo consenso, sposare donne estranee alla comunità del feudo. La servitù della gleba, all'inizio limitata ai discendenti degli schiavi e dei coloni, si allarga poco a poco agli uomini liberi che vivono sotto il signore. Questo allargamento graduale della servitù a tutta la popolazione agricola è il fenomeno sociale più notevole del nono secolo e dei duecento anni che seguono. Come regola generale, il contadino di quest'epoca è un non-libero; e lo è a tal punto che, nella lingua dei documenti, le parole che lo designano (villanus, rusticus) diventano sinonimo di servo (servus).
Non bisogna credere che questa servitù pesasse sugli uomini; al contrario, corrisponde talmente bene alla loro condizione di vassalli ereditari e di protetti di un potente, che la considerano una condizione naturale e vi si assoggettano spontaneamente. L'organizzazione feudale la porta necessariamente con sé: ne è la conseguenza giuridica inevitabile. Come potrebbe aver valore la libertà per uomini la cui esistenza è garantita soltanto dal posto che occupano sulla terra e sotto la giurisdizione del signore, e la cui sicurezza, da quel momento in poi, è tanto più grande quanto più intimamente sono incorporati nella proprietà?
Laica o ecclesiastica che sia, la grande proprietà dei primi secoli del Medio Evo (prima del tredicesimo secolo) non ha niente a che vedere con lo sfruttamento massiccio. I latifundia che si reggevano sugli schiavi erano scomparsi già alla fine dell'impero romano e sembra che i proprietari terrieri abbandonassero sempre più la coltivazione estensiva e dividessero le terre in piccoli fondi. L'interruzione totale del commercio dei prodotti agricoli ha naturalmente favorito ancor più questa tendenza. La grande proprietà dell'epoca carolingia e dei secoli successivi ce ne mostra il trionfo pressoché completo. Si suddivide in due parti di importanza molto diversa: la terra feudale (terra indominicata) e la terra mansionaria (mansionario). La prima, assai meno estesa, viene sfruttata direttamente e per intero a profitto del signore. Il lavoro viene svolto o da servi domestici privi di un loro fondo e corrispondenti ai nostri lavoranti agricoli, o da vassalli sottoposti alle corvé. A loro è riservata la terra mansionaria. Questa si divide in unità di sfruttamento, di estensione variabile a seconda della qualità del suolo e delle regioni, ma ognuna sufficiente al sostentamento di una famiglia: si tratta dei mansi (mansus) il cui possesso è ereditario, in cambio, lo si è visto, di prestazioni in natura e in manodopera. Tutto questo complesso forma una piccola città (villa) rurale. Il polo comune è la corte feudale, dove risiede l'intendente del signore, (maire, meyer, major, villicus), preposto alla sorveglianza e alla giurisdizione dei villani (villani). La Corte, circondata da un fossato e da una palizzata, serve da abitazione del signore, quando egli risiede sulla sua terra, e racchiude granai e magazzini dove si conservano i raccolti e le altre entrate. È anche il luogo dove si riunisce il tribunale feudale composto da vassalli e presieduto dal sovrintendente o dal signore stesso. Già nel nono secolo e sempre più spesso in seguito, vi si trova anche una cappella costruita dal signore che ne sceglie e nomina il cappellano, e provvede alle necessità del culto. Molte parrocchie rurali devono la loro origine a queste cappelle del feudo, che spiegano anche il diritto di presentazione dei curati, che molti signorotti hanno conservato fino alla fine dell'Ancien Régime, e di cui in certi paesi rimangono ancora le tracce.
Intorno alle terre coltivabili, boschi, prati e paludi vengono lasciati al godimento del signore e dei villani in proporzione alla parte di suolo che sfruttano. Spesso, se la terra è attraversata da un corso d'acqua, il signore vi costruisce un mulino per uso proprio e degli abitanti. Il mugnaio preleva da ogni sacco una parte di farina per il proprio mantenimento: questo è il primo dei diritti di vassallaggio, scomparsi soltanto con la Rivoluzione Francese.
Quali che siano le differenze locali, i tratti generali di questa organizzazione si incontrano ovunque, solo più perfezionati nelle proprietà ecclesiastiche che in quelle dell'aristocrazia laica. Un'organizzazione che ha esercitato un'influenza così potente sulla società, che in tutte le lingue, il vocabolario geografico e onomasiologico22 ne conserva una traccia profonda. Basti pensare ai nomi di luogo che, in lingua francese, terminano per ville o iniziano per court, e nelle lingue germaniche per hof, e all'abbondanza dei cognomi come Lemaire, Mayer, De Meyer, Le Mayeur, ecc.
In genere, una grande proprietà si compone di molte villae. Quella di Saint-Germain des Prés, all'epoca di Carlomagno, ne comprendeva un gran numero sparpagliato dalla Bretagna alle rive della Mosella. Quasi sempre, i monasteri delle regioni settentrionali cercavano di acquistare nei paesi coltivati a vigneti sulle rive del Reno, della Mosella o della Senna una villa che potesse fornire loro il vino impossibile a trovarsi in commercio23.
Quest'ultimo tratto finisce per caratterizzare l'economia rurale senza sbocchi, di cui la grande proprietà dell'inizio del Medio Evo è l'organo, come le corporazioni dei mestieri, più tardi, lo saranno dell'economia industriale urbana. Sebbene di natura profondamente diversa, entrambe si assomigliano su questo punto. Entrambe, infatti, sono fondate sul piccolo sfruttamento e hanno conseguito l'identico risultato di conservare intatto nei secoli l'una, la figura del piccolo coltivatore, l'altra, quella del piccolo borghese artigiano. Per quanto paradossale possa sembrare, la grande proprietà del Medio Evo ha salvaguardato la classe dei contadini. La servitù, per loro, è stata un vantaggio. In un'epoca in cui lo Stato è impotente e la terra provvede solo ai bisogni degli uomini, essa ha dato loro la sicurezza di un protettore e garantito il possesso di una parte del suolo. Non essendo organizzata in vista di un profitto, l'istituzione feudale ha imposto loro soltanto prestazioni minime, in cambio di vantaggi notevoli. Poiché fanno parte della proprietà del signore, egli ha interesse a proteggerli: li difende in caso di guerra e li sostenta con le proprie riserve in tempo di carestia. La guerra e la carestia sono, infatti, i due flagelli che, di volta in volta, si abbattono su di loro: la prima, a causa della crescente debolezza dello Stato, la seconda, conseguenza inevitabile del ristagno commerciale. Un cattivo raccolto è una catastrofe senza rimedio, in un epoca in cui un paese non è in grado di compensare il proprio deficit con le eccedenze di un paese vicino. Nella storia economica dell'Europa, il periodo che va dal nono al dodicesimo secolo è, per eccellenza, l'epoca delle crisi alimentari, che si presentano periodicamente, a distanza di qualche anno l'una dall'altra, con la regolarità di un fenomeno naturale.
Ma se in questo periodo le carestie sono state assai più numerose, rispetto ai secoli successivi, sono state anche meno feroci. E questo si spiega sia con la scomparsa della popolazione urbana, sia con l'esiguità numerica della popolazione rurale. L'organizzazione feudale, così come l'abbiamo descritta, con la sua scarsezza di produzione e la sua classe contadina composta quasi esclusivamente di vassalli, suppone chiaramente un numero assai limitato di abitanti. Certamente non mancava gente senza terra, "poveri", come dicono i testi del tempo, gente raminga, che andava mendicando di monastero in monastero, e affittandosi ai villani, al tempo della mietitura. Ma questi diseredati di un ordine sociale che poggiava sul possesso della gleba non erano né un peso, né un pericolo e ciò dimostra appunto il loro scarso numero.
Quanto alla possibilità di stabilire con una certa esattezza la densità della popolazione, bisogna rinunciarvi, perché manca qualsiasi base fondata di valutazione.
Tutto ciò che si può dire è che all'epoca carolingia la popolazione era assai scarsa, senza dubbio più di quanto non lo fosse mai stata prima, a causa dell'estinzione della popolazione delle città. E sembra sia rimasta pressoché stazionaria fino all'inizio dell'undicesimosecolo circa, dal momento che l'eccedenza naturale delle nascite bastava appena a colmare i vuoti lasciati costantemente dalla carestia, dalla guerra, dai disordini e dalle catastrofi di tutti i generi, che si abbatterono sull'Occidente a partire dalla seconda metà del nono secolo.
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FINE Parte 1.